http://www.alexvisani.com/

RECENSION

2015-03-27_175911

AZIONE MUTANTE
(ACCION MUTANTE)
di 
Alex De La Iglesias
Nel futuro l’essere umano punterà tutto sulla bellezza, generazione ricercatrice del perfezionismo estetico. A contrastare questa linea di pensiero esiste il gruppo di Azione Mutante, una congrega di esseri deformi ed infermi che combattono questi nuovi e falsi ideali con azione terroristiche. Durante una loro azione intenta a sequestrare la figlia di un potente magnate, il capo li tradirà uccidendoli e fuggendo con l’ostaggio nello spazio. Dopo un’emergenza i due dovranno sbarcare su di un pianeta popolato da soli essere maschi. Cosi’ la giovane ragazza diventerà l’oggetto del desiderio di tutti i poveri repressi planetari. Opera prima in chiave fanta-horror futuristica dello spagnoloDe La Iglesia, solida conferma registica in un film decisamente ben fatto e divertente. Pieno di stupidi personaggi grotteschi che non si fermano di fronte a nulla, ricco di sofferenti scene sanguinolente e con parti umoristiche contrapposte alle tragiche vite di questi mutanti emarginati dalla società. La pellicola si lascia vedere in modo molto divertente e bisogna soffermarsi sul pensiero di fondo del film cioè la visione di un futuro in cui l’uomo perde tutti i suoi ideali e vive solo per andare in palestra e a fare sedute dall’estetista,dove la televisione e i mass-media in genere spopolano dominando la vita privata degli individui. Non so voi, ma io sto dalla parte dei mutanti.
RECENSIONE DI

L’AVVOCATO DEL DIAVOLO(THE DEVIL’S ADVOCATE)
di Taylor Hackford 

Non molto spesso la macchina da soldi americana produce film degni di nota, men che meno sul versante horror, quindi rendiamo giustizia a questo film che pur non essendo un horror puro (è più corretto dire thriller/horror) si erge sopra la media, dove finalmente un budget elevato non serve solo a coprire buche di sceneggiatura. Partiamo dal cast che annovera attori come Keanu Reeves, Charlize Theron e quel gigante che è Al Pacino (probabilmente uno tra i migliori al mondo in questo momento). La trama vede Kevin Lomax (Keanu Reeves) nei panni di un avvocato in carriera che passa dalle cause (tutte vinte) di provincia ai casi più corrotti e intricati di New York dove si trasferisce con la moglie Mary Ann Lomax (Charlize Theron) in quanto assunto dal più importante studio legale della città, diretto da John Milton (Al Pacino). Ma il prezzo da pagare per il denaro e la fama sarà alto, a partire dalla sua stessa persona fino alla salute, fisica e mentale, della moglie e oltre. Il regista, di cui personalmente non conosco l’operato precedente, ci regala un film veramente ispirato, con un’ottima regia, sempre dinamica che tiene lo spettatore incollato al video. Non ci sono momenti di stanca nella narrazione complice anche l’ottima prova di un Keanu Reeves in stato di grazia e di Charlize Theron, effettivamente credibile nei panni della moglie-giocattolo di un brillante avvocato. Nota a parte per Al Pacino, assolutamente sopra le righe in un’interpretazione perfetta. Il film appare in molti tratti, specialmente nella prima parte, ispirato dal favoloso “Rosemary’s Baby” di Polanski (e non potrebbe essere altrimenti quando si tratta del diavolo) come nella scena della camminata col coltello nel corridoio, o nella follia progressiva che assale Mary Ann, solo che qui lo sviluppo è meno ossessivo e claustrofobico rispetto al film di Polanski perché la vicenda è vista più spesso dagli occhi dell’intraprendente Kevin Lomax, costruendo il film su un fantastico dualismo tra Reeves e Pacino. Ottima sceneggiatura, atmosfere ben realizzate, complici le scenografie irreali ed oniriche, e una tensione crescente, in un continuo gioco di luci e ombre; infatti l’intero film è una preparazione per l’esplosione finale: un quarto d’ora di pathos dove tutto si rivela, retto dal grande Al Pacino in maniera superba, con un monologo finale che da solo varrebbe tutto il film. Come in molti film di questo tipo l’horror più che vederlo si respira: è tangibile nella cupa disperazione di Mary Ann, psicologico nella degenerazione morale di Kevin, “biblico” nella figura perversa, ricercata e contemporaneamente concreta di John Milton. E vi assicuro che tutto ciò vale molto di più di un paio di scene splatter buttate li a caso. Un film da non perdere..

 

RECENSIONE DI

DAVIDE “DE” MASPERO

 

AUTOPSY
di Adam Gierasch
Un gruppetto di giovani ha un incidente d’auto, di notte in un’isolata zona boschiva, investendo un uomo dai cui abiti si evince essere un paziente d’ospedale. Immediatamente un’ambulanza appare dal nulla e carica il ferito a bordo, offrendo un passaggio anche ai ragazzi. Trasportati in un ospedale, dall’aspetto assai poco rassicurante invero, i “nostri” capiranno ben presto che le cure mediche del posto sono decisamente spiacevoli. E definitive. Splatter-movie statunitense, datato 2008, che sfrutta i pochi mezzi a disposizione per imbastire un giostra di situazioni sanguinolente, e non prive d’ironia, cucite attorno ad un esilissimo plot. Il regista/sceneggiatore Gierasch, che ha lavorato come screenplayeranche con Tobe Hooper e Dario Argento (“La Terza Madre”), ci mette dentro di tutto, dall’ospedale minaccioso al folle mad doctor , con evidenti rimandi al Dottor Phibes, passando per le citazioni, a quanto pare ormai d’obbligo, ad “Hostel” e all’allegra compagnia assortita dei torture-porn . Fotografia fumettistica, con abbondanza di luci blu, verdi e rosse, confezione tecnica che oscilla paurosamente fra l’amatoriale e il professionale e cast di maniera, messo in fila per la mattanza dalla pretestuosa sceneggiatura. Buon lavoro di effettacci da parte dell’esperto Gary J. Tunnicliffe, che ci regala mutilazioni e sventramenti in quantità (uno in particolare è, oserei dire, visivamente “artistico”). Diciamolo pure : “Autopsy” è una scemenza, ma non è detto che non possa divertire una platea di gore-hounds . Il film è uno degli 8 scelti, per la distribuzione, dall’After Dark Horrorfest 3

AUDITION
( OODISHON )
di Takashi Miike
Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo. Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante. Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti. La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami

POMODORI ASSASSINI
(ATTACK OF THE KILLER TOMATOES)
di John DeBello
Incredibile Cult-movie che tuttora rappresenta uno dei pezzi forti del “Circle of the Werewolfe” ovvero delle proiezioni di mezzanotte nei cinema americani di provincia. Il film narra della rivolta da parti dei pomodori (si..proprio pomodori..ortaggi insomma!) contro l’essere umano. I rossi ortaggi intendono conquistare il mondo e sembrano avere la meglio finchè uno sgangherato detective scoprirà l’unico modo per fermarli. I pomodori infatti s’indeboliscono fino a perdere l’aggressività solo se vengono sottoposti all’ascolto forzato della canzone “Amore in pubertà”!?! Basta la trama per far capire le colossali dimensioni trash di questo pezzo di cinema ultra-indipendente. Il demenziale sovrasta tutto e tutti ed i personaggi che si avvicendano nella storia sono davvero idioti e sfigatissimi. Si ride abbastanza ed il film (dai mezzi davvero ristrettissimi) non è girato proprio da schifo. La prima aggressione degli ortaggi è la più memorabile poiché si avventano su una casalinga intenzionata a pelarli per benino. C’è anche un sottofondo politico (non saprei se davvero nelle mire del regista) con la simbolica rivolta al sistema consumistico americano dei “ROSSI” pomodori. A buon intenditor poche parole…

ATTACK OF THE KILLER REFRIGERATOR
di Michael Savino
Il solito gruppo di teenagers idioti, ubriachi e irrispettosi, durante un party, maltratta un vecchio frigorifero. L’elettrodomestico, schernito e preso a martellate, giustamente si offende e nottetempo si anima dei peggiori istinti vendicativi e maciulla i baldi giovani. Una trama delirante al servizio di un cortometraggio statunitense amatoriale che appare per ciò che realmente è : un gioco fra amici, fatto di passione per l’horror e per i film trash . Confezionato in modo estremamente grossolano, probabilmente al motto di “buona la prima”, recitato peggio e dotato di un sonoro pieno di buchi, “Attack of the killer refrigerator” ottenne addirittura un piccola distribuzione home video ed un minimo di notorietà, dovuta principalmente alla bizzarria del plot, all’interno dell’ambiente undergound .Splatter , realizzato con trucchi caserecci, dialoghi improbabili e capigliature agghiaccianti, mostrate senza ritegno dai giovani attori, sono gli ingredienti principali di un’opera delirante e, a tratti, divertente. Memorabile la scena in cui il frigorifero si mangia il gatto domestico; sono evidentissime le mani “fuori campo” che avvicinano il felino “terrorizzato” all’elettrodomestico! Realizzato nel 1990, anticipa di un anno un altro horror con frigorifero assassino, ovvero l’interessante “The Refrigerator

ATTACK OF THE GIANT LEECHES
(THE GIANT LEECHES)
di Bernard L. Kowalski
Esempio di “monster-movie” anni ’50 con un budget risibile ed uno svolgimento ancor più risibile, se possibile. La vita di una placida comunità americana viene sconvolta dalla comparsa di esseri mostruosi nella vicina palude. Trattasi di due sanguisughe enormi e voraci ! Il legnoso eroe di turno provvederà a debellare la minaccia. Che la sci-fi/horror degli anni ’50 ci abbia regalato b-movies con le creature più strambe ed inusuali mai viste è cosa risaputa, ma nonostante ciò i due sanguisugoni di questo film sono davvero imbarazzanti. Sembra che, da un momento all’altro, i loro deliranti costumi si possano sfilare di dosso, mentre gli attori al loro interno, tentano disperatamente di muoversi con fare “minaccioso”. Si ride di gusto, anche se per poco, visto che le creature ci vengono mostrate di rado e la fotografia del film è molto scura e piuttosto scadente. Recitazione di basso livello e regia anonima cercano di tener a galla una sceneggiatura naif e strampalata. Prodotto nel 1959 da Gene Corman, fratello del celebre Roger (qui in veste di produttore esecutivo)

ATTACK OF THE BEAST CREATURES
di Michael Stanley
Un gruppo di naufraghi approda su di un’isola, apparentemente deserta. A loro spese, scopriranno che il posto è pieno di trappole, ha dei fiumi interni con acqua corrosiva (??!!) e , soprattutto, pullula di omuncoli feroci ed affamati di carne umana. E via al massacro… Delirante trash-movie del 1985 che si ricollega, in qualche modo, al mini-filone delle “creaturine” assassine nato l’anno prima con “Gremlins” di Joe Dante e sviluppatosi poi con tutta una serie di b-movies, fra i quali “Critters”, “Ghoulies”, “Hobgoblins”, “Munchies” ecc… A dire il vero, “Attack of the beast creatures” si dimostra debitore, principalmente, nei confronti del film “Trilogia del Terrore”, in quanto i mostriciattoli che abitano l’isola assomigliano in modo plateale al feticcio “zhuni” del sopracitato film di Dan Curtis. La povertà del film è evidente, si dai primi fotogrammi, la confezione è molto rozza e la recitazione è semplicemente agghiacciante. Eppure non manca il ritmo e il regista Stanley (qui alla sua prima ed unica prova) sopperisce alla mancanza di mezzi inserendo tanta azione ed una serie continua di situazioni orripilanti. Anche se ben poche risultano decenti e la maggior parte di esse è semplicemente ridicola, c’è da dire che l’intrattenimento non manca. E non manca neanche il gore, che raggiunge il climax nella scena in cui ad un disgraziato si scioglie letteralmente il volto, per esser entrato in contatto con dell’acqua corrosiva. Ma la vera chicca per cui va visto il film in questione è rappresentata dai mostriciattoli assassini. Pupazzi assurdi, urlanti, famelici, con lampadine gialle al posto degli occhi, che vengono mossi da mani fuori campo, oppure tirati da fili (assai ben visibili) o, nella maggior parte dei casi, lanciati direttamente addosso agli attori, che ce la mettono davvero tutta per emettere credibili urla di terrore. 
Un must 

ATM – Trappola Mortale
di David Brooks
Per chi abita a Milano e dintorni la sigla Atm non può non rievocare, prima di tutto, la famigerata e disorganizzata azienda dei trasporti pubblici che costituisce già in sé un elemento orrorifico ed angosciante. Ma nonostante il possibile fraintendimento meneghino, Atm (sceneggiato da quel Chris Sparling che confezionò il gioiellino minimal “Buried“) si riferisce agli sportelli bancomat e proprio lì infila il pericolo e la (poca,a dire il vero) tensione claustrofobica di turno. Al termine di un party aziendale David, Emily e Corey si mettono in macchina, diretti verso casa. Un languorino notturno assale però il giocherellone Corey, che convince i colleghi a fermarsi per una pizza, previa sosta al bancomat per recuperare qualche contante.
La scelta ricade su uno sportello (toh và!) isolato e inquietante, una cabina a vetri nel mezzo di un parcheggio deserto, oasi monetaria nella terra di nessuno.
Tra un inconveniente e l’altro i tre ci impiegano un tempo improponibile per effettuare la semplice operazione e quando finalmente si accingono ad uscire dal gabbiotto, qualche metro davanti a loro si erge immobile un omone (“troppo grosso per essere un semplice barbone”, fa notare David, senza alcuna base teorica comprovata) in cappottone oscurante, che sembra intenzionato ad attenderli.
E braccarli.
Da qui la trappola mortale del titolo, all’interno della quale i tre protagonisti dovranno inventarsi qualcosa per eludere l’appostamento malvagio. Ma chi è l’uomo? Cosa vuole? E perché pur essendo in tre vs uno, non trovano le palle per uscire e randellarlo?
Tutte domande lecite, ma le risposte sono e rimarranno un po’ aleatorie.
La passione per l’horror minimalista non è semplicemente artistica, ma anche utilitaristica: budget nullo, poca azione, una location fissa. Ma al contrario di “Buried”, dove l’ansia era densa e il cinismo dilagante, “Atm” lascia a desiderare e i pur risicati 75 minuti passano male e lenti.
Il principale problema è quello che scoprirete per ultimo, con una risoluzione che lascia voragini oggettive in una trama compassata e che gioca al risparmio. Lungo il sentiero,espedienti stiracchiatissimi per suscitare sospetti e traviare. Ma non si può ingannare lo spettatore semplicemente facendolo passare per fesso. E “Atm” offende logica e intelligenza come pochi altri film, concedendo per giunta pochissimo al “rossosangue” così come sono approssimative le dinamiche psicologiche fra i personaggi segregati. Attorucoli che fanno di tutto per morire e per farci sperare che succeda.
Nemmeno un prelievo di denaro nel cuore della notte, nel peggior quartiere, vi farà paura dopo la visione. Semmai, diffiderete da chi indossa il Woolrich. E da chi insiste sul filone dell’orrore intrappolato, spoglio ed essenziale che, probabilmente, non ha già più molto da raccontare.

RECENSIONE DILUCA ZANOVELLO

AT THE END OF THE DAY – Un giorno senza fine
di Cosimo Alemà
Un film di guerra senza la guerra; o meglio, dove si assiste nella primissima parte a battaglie simulate nei boschi durante un pugno di concitate sequenze: momenti immortalati in maniera quasi solenne, nei quali i ragazzi impegnati nel gioco sfoggiano le loro abilità daweekend warriors ed in cui i veterani si compiacciono della propria superiorità nei confronti dei principianti che hanno coinvolto nella spedizione. Ma saranno tutti uguali – disorientati e spauriti – quando la finzione si trasformerà in realtà. Una svolta che lo spettatore già si aspetta, perchè ha visto, nel prologo, sinistri figuri disseminare in zona mine antiuomo discorrendo di guerre passate e di uomini torturati in oscuri campi di prigionia; vecchi tempi che le loro menti traumatizzate devono fare rivivere al più presto, dal momento che – lo afferma uno di loro – abbattere e macellare cani rapiti nei dintorni non è più sufficiente a placare la sete di sangue. E non occorrerà attendere molto per vederne scorrere, in un susseguirsi di scene che hanno poco da invidiare ad un capolavoro del filone bellico come “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. Il tecnico degli effetti speciali David Bracci, altrove spaesato (non memorabili le sue prove in alcuni degli ultimi film di Dario Argento o nel più recente “In the market” in coppia con Sergio Stivaletti), si destreggia tra fucilate, esplosioni, mutilazioni ed aggressioni all’arma bianca mettendo in campo una notevole perizia, e dimostrando che non è impossibile raggiungere risultati di tutto rispetto quando la materia ed il regista forniscono alla troupe i giusti stimoli. Perchè Cosimo Alemà, gradita ed inaspettata sorpresa, ci sa fare e si vede: azzecca le tonalità di una fotografia che ben inquadra l’ ambiente torrido, in tutti i sensi, in cui la vicenda si svolge, sa piazzare le musiche giuste nei punti giusti e, conscio delle scarse potenzialità degli attori di casa nostra, li va a scegliere interamente all’estero, nonostante la produzione tutta italiana, affinchè non compromettano l’esito finale dell’operazione. In un’estate che ha visto uscire nelle sale una quantità inusitata di horror nostrani, Alemà sembra l’unico ad aver compreso che non basta la presenza di una discutibileministar del cinema indipendente a salvare prodotti con pessimi interpreti, tecnica carente e cattiva scrittura: Daniela Virgilio ed Ottaviano Blitch, rispettivamente in “Hypnosis” ed “In the market“, sono esempi lampanti. Nè può essere sempre una garanzia, se mai lo è stata, l’ ispirazione vera o presunta a fatti reali, come dimostrato nuovamente da “In the market”. Anche Alemà, in sede di sceneggiatura, decide di sfruttare questo espediente, ma lo fa saggiamente in maniera poco ostentata, lasciandolo sullo sfondo e quindi recuperandone la sinistra efficacia. E se è vero infine che la storia da lui raccontata potrà forse ricordare un po’ troppo pellicole recenti quali “Severance: tagli al personale” ed “El rey de la montana“, va altresì sottolineato che qui non c’è traccia della catartica ironia trasudante dal vivace modello inglese nè del barlume di speranza contenuto in quello spagnolo, oltretutto spesso statico: “At the end of the day” è un film dinamico, spietato, feroce e nichilista come si addice ad un vero di film di guerra, ed in più carico di tensione come si conviene ad un prodotto che intende evidentemente rispolverare, anche se in maniera assolutamente non convenzionale, la cara vecchia formula dello slasher . Che la distribuzione non sia stata in grado di riconoscerne il vero valore e lo abbia gettato nel calderone estivo di Ferragosto e dintorni accomunandolo di fatto a produzioni nazionali di gran lunga inferiori è purtroppo sintomo chiaro ed inequivocabile dell’irreversibile miopia che affligge da troppo tempo l’industria cinematografica italiana, e che fa domandare una volta di più a cosa serva disporre, in un Paese come questo, di un apparente nuovo talento quale Cosimo Alemà.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

L’ASSEDIO DEI MORTI VIVENTI(CHILDREN SHOULDN’T PLAY WITH DEAD THINGS)
di Benjamin Clark 
Seconda opera horror,dopo “La morte dietro la porta”, di Benjamin (Bob) Clark futuro autore della serie “Porky’s”. Questa è un chiaro omaggio al capostipite romeriano “La notte dei morti viventi“. L’arrivo su di un’isola disabitata,durante la notte,di un gruppo di giovani teatranti pronti ad inscenare una pièce,risveglia i morti di un cimitero locale.Guarda caso la pièce teatrale ha come oggetto una cerimonia dedita a riportare in vita i defun- ti.Considerata da molti un piccolo cult,questa pellicola è stata girata a basso budget,in poco più di due settimane,da un gruppo di amici guidati dal duo Bob Clark-Alan Ormsby. Quest’ultimo co-sceneggiatore ed interprete. Il make-up dei morti viventi non è esaltante ma impressionante quel tanto che basta da rendere il film inquietante. Gli elementi splatter sono ridotti ai minimi termini ma questo non è il vero punto di forza,che invece pare essere l’atmosfera claustrofobica,ed un finale senza speranza in cui vengono messe in risalto le debolezze umane..
RECENSIONE DI

CHRISTIAN MARCHI

L’ASSASSINO TI SIEDE ACCANTO
(Friday the 13th Part 2)
di 
Steve Miner 
Seguito di “Venerdì 13” ,uscito a breve tempo di distanza dal primo capitolo della serie. La storia parte con la morte dell’unica sopravvissuta al “massacro di Crystal Lake”, per mano di uno sconosciuto omicida. Poi si torna di nuovo al camping con altri giovani che, dopo la riapertura di quest’ultimo, decidono di passare le loro vacanze li’. Ovviamente verranno trucidati nelle maniere piu’ crudeli da un gigantesco killer sfigurato che altri non e’ che lo stesso Jason, il bimbo deforme che mori’ tragicamente, causando la follia omicida e vendicativa della madre. Misteriosamente tornato dalla morte (o forse non e’ mai morto in realta..boh?) il mostro si dedica al culto della memoria materna, venerandone la testa mozzata e mummificata (nel primo film la madre muore per decapitazione da parte dell’ultima sopravvissuta) e si diletta nel massacro di tutti gli adolescenti del camping. In questo secondo capitolo il testimone della regia passa da S.Cunningham a Steve Miner, quest’ultimo piu’ rozzo dal punto di vista tecnico-visivo ma che comunque ha afferrato il concetto trainante del film, ovvero : MASSACRO! TETTE! MASSACRO! Diciamocelo il film non e’ un granche’ ma e’ comunque importante nella serie perche’ e’ il primo ad introdurre la figura del deforme assassino Jason Vhoores, che sara’ l’icona costante di tutti gli altri seguiti. Jason diventera’ uno dei mostri generazionali-giovanili degli anni 80 assieme a Freddy Krueger, Leatherface e Micheal Myers

L’ASSASSINO E’ NEL COLLEGE
( CUTTING CLASS – GIOVANI OMICIDI – IL RITORNO DI BRIAN )
di Rospo Pallenberg
Bizzarra produzione statunitense in bilico tra thriller e commedia demenziale, opportunamente venata di grottesco e probabilmente realizzata sulla scia del sopravvalutato “Schegge di follia”, film per molti versi analogo; forse gia’ distribuita in videocassetta come “Giovani omicidi” e successivamente trasmessa in televisione con altri titoli (“L’ assassino e’ nel college” e “Il ritorno di Brian”), sarebbe probabilmente passata del tutto inosservata, almeno in Italia, se non fosse stato per la presenza in un ruolo di primo piano dell’allora sconosciuto Brad Pitt, qui addirittura sospettato dei delitti che si susseguono in un complesso scolastico in seguito al ritorno in circolazione di uno studente sospettato di parricidio. Spesso molto strambo, e a tratti divertente, “Cutting class” è nel complesso mediocre ma vedibile, e tracce del suo singolare registro narrativo torneranno alcuni anni più tardi nel fortunato “Scream” di Wes Craven. Nel cast ci sono anche Donovan Leitch, Roddy Mc Dowall e Jill Schoelen, splendida dimenticata “scream-queen” degli anni Ottanta e compagna all’epoca del giovane Brad Pitt.
VOTO: 6
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

L’ASSASSINO E’ ANCORA TRA NOI
(FIRENZE ! – L’ASSASSINO E’ ANCORA TRA NOI)
di Camillo Teti
Un’ aspirante criminologa imposta la propria tesi di laurea sul delineamento della psicologia di un ignoto assassino che, in quel di Firenze, massacra coppiette appartate; la ricerca la condurrà a frequentare gente equivoca e, addirittura, a legarsi sentimentalmente con un presunto colpevole. Sebbene i titoli di coda contengano la tradizionale didascalia indicante che è puramente casuale ogni riferimento a fatti e persone reali, la pellicola si ispira direttamente alle famigerate gesta del cosiddetto “mostro di Firenze” (del quale vengono dettagliatamente descritti i luoghi d’ azione e persino il cruento modus operandi ), tanto da essere stata pubblicata in cassetta come “Firenze!-L’ assassino è ancora tra noi” dopo avere circolato pochissimo a livello cinematografico e poco a livello televisivo (solo su reti private minori) con l’ anonimo titolo originale. Scritto e diretto dallo sconosciuto Camillo Teti (chi ricorda che fu direttore di produzione in “L’ uccello dalle piume di cristallo“, il primo,mitico film di Dario Argento?), che ne ha firmato il soggetto e la sceneggiatura in collaborazione, rispettivamente, col mestierante Giuliano Carmineo e col veterano Ernesto Gastaldi, il film è un pasticcio spesso trasandato (specie dal punto di vista tecnico) e talora pretenzioso, che affoga la documentaristica trattazione degli spunti di cronaca in un rozzo intreccio “giallo” assai privo di verosimiglianza; consigliato unicamente ai completisti del filone ” psycho-killers“, per i quali potrà forse rappresentare una curiosa esperienza.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

ART OF THE DEVIL
(KHON LEN KHONG)
di Tanit Jitnukul
Boom è una giovane ed attraente ragazza che, sedotta da un uomo sposato, si ritrova incinta ed abbandonata. Determinata più che mai a far prendere le responsabilità al fedifrago, nei confronti di lei e del futuro bambino, la ragazza finisce con l’essere di nuovo ingannata, umiliata, malmenata e, dulcis in fundo, stuprata da un gruppo di amici dell’uomo. Ma Boom sembra fragile solo esternamente, mentre dentro di sé brama feroce vendetta, e si rivolge ad un negromante per lanciare un’orribile maledizione sui suoi vessatori. Attraverso l’anatema, che consiste in terribili decessi tramite serpenti,lamette e sangue vomitati a più non posso dalle vittime, la ragazza è intenzionata ad effettuare un vero e proprio sterminio per impossessarsi di tutti gli averi appartenenti all’uomo che l’ha fatta soffrire. Horror tailandese del 2004 dalla confezione patinata e dalla regia estremamente tecnica e virtuosa. Peccato che la storia, non originale ma potenzialmente divertente, venga dilatata oltremodo da una sceneggiatura che mette sin troppe chiacchiere in bocca ai personaggi del film. Il ritmo, e l’attenzione del pubblico, reggono la prima mezzora ma poi si inizia a scivolare verso un prevedibilità e ripetitività degli eventi che provocano persino qualche sbadiglio. Per fortuna, di tanto in tanto, a scuotere dal torpore ci pensano alcune buone trovate di regia e, soprattutto, i sanguinosi effetti speciali che mostrano gli effetti nefasti della maledizione. Decisamente potente la scena delle decine di serpenti vomitati da un disgraziato in ospedale. Il cast si rivela solido, la fotografia curata, i valori tecnici in campo sono molto elevati e, soprattutto, il prodotto ha un taglio fortemente internazionale che gli ha garantito un buon successo e ben due sequel, seppur solo nominali

L’ARCANO INCANTATORE
di Pupi Avati
Piccolo gioiello del cinema “nero” nostrano, “L’arcano incantatore” passa sotto gli occhi della critica suscitando ben pochi clamori. In effetti, non è ai livelli de “La casa dalle finestre che ridono” dello stesso Avati, molto più incisivo e coinvolgente, specialmente per quanto riguarda la trama e la narrazione. Ma i meriti e le peculiarità di questo film del 1996 sono altri. Ciò che spicca maggiormente è l’atmosfera cupa e di mistero che aleggia sulle vicende dei protagonisti, un occultista ed il suo aiutante, ma soprattutto su una Emilia Romagna, luogo dove avvengono gli strani eventi raccontati dalla pellicola, resa davvero “magica e arcana” dal bravo regista. Da segnalare l’ottima prova recitativa di Stefano Dionisi, volto del personaggio chiave del film, e la fotografia, impeccabile nel sottolineare sensazioni e stati d’animo che trasudano dai personaggi e dai luoghi della storia.
RECENSIONE DIFERNANDO FAZZARI

ARACHNIA
di Brett Piper
Piccolissima produzione della Edgewood, diretta dallo specialista in z-movies Brett Piper. La storia si accoda al rinato mini-filone degli insetti killer e come “Arack Attack – Mostri ad otto zampe”, “Il Predatore (Arachnid)” o “Spiders” sfrutta l’idea dei ragni mutanti, ma gli esiti sono decisamente disastrosi. Il minuscolo budget, la regia pedestre, la recitazione di basso rango, gli fx poverissimi e l’ironia di grana grossa formano una miscela irresistibile. Un aereo, con a bordo uno studioso di invertebrati preistorici, due assistenti e due procaci studentesse, precipita a causa di una pioggia di meteoriti (!!??!). Miracolosamente sopravvissuti all’atterraggio di fortuna, i “nostri” si troveranno ad affrontare una minaccia terribile. Enormi ragni preistorici, dopo la caduta di meteore, si sono svegliati dal loro stato di ibernazione e sono molto affamati. L’obbligatorio omaggio alla fantascienza del passato si risolve con una serie di effetti stop-motion approssimativi ed il gore (ultimo appiglio di salvezza in questi casi) scarseggia. Qualche simpatica gag, una scenetta lesbo e la passione per il cinema fanta-horror (nei suoi aspetti più trash, ovviamente…) sono gli unici aspetti positivi che, lo spettatore affamato di porcherie cinematografiche, troverà in “Arachnia”

APRI GLI OCCHI
(ABRE LOS OJOS – OPEN YOUR EYES)
di Alejandro Amenábar
Apri gli occhi…
E’ il messaggio registrato sulla suoneria della sveglia di Cesar (Eduardo Noriega, perfettamente in parte), che una brutta mattina, dopo la doccia di rito, scopre di avere abbandonato il proprio letto soltanto per avventurarsi in una metropoli completamente deserta, dove l’ambiente circostante sembra essere niente altro che uno scenario ricostruito e del tutto privo di vita; abbandonato il posto di guida della propria auto, si mette a correre a perdifiato, incredulo, alla disperata ricerca di un’anima viva…ma invano. E’ soltanto un incubo, però, che Cesar racconta ad uno psichiatra (Chete Lera), nella cella dell’ospedale giudiziario in cui è stato rinchiuso. Poco tempo prima di finire in quel posto, il giovane, brutti sogni ricorrenti a parte, non se la passava male: i genitori lo avevano lasciato prematuramente orfano, con in tasca una fortuna ed in mano una fiorente azienda da amministrare, e le donne non gli mancavano perchè anche l’aspetto fisico non lasciava a desiderare. Tutto sembrava perfetto, quindi; o quasi. Perchè Cesar, narcisista ed egocentrico, era refrattario ai rapporti affettivi: nessuna delle sue numerose conquiste, puntualmente scaricate dopo una una notte di passione, aveva mai fatto breccia nel suo cuore, dove c’era posto solamente per Pelajo (Fele Martinez), l’ unico amico vero. Ma quest’ ultimo, molto diverso da lui in quanto ad estrazione sociale e fortuna con l’altro sesso, lo invidiava nemmeno troppo segretamente; una invidia che si trasformò in autentico livore quando una sera lo stesso Cesar, che stava appena sperimentando il primo colpo di fulmine in venticinque anni di vita, dimostrò di essere pronto a non fermarsi di fronte a niente pur di soffiargli Sofia (Penelope Cruz in gran forma), una bella ragazza che Pelajo aveva appena conosciuto all’università, e con la quale avrebbe evidentemente voluto intraprendere una relazione. Sembrava non esserci competizione tra Cesar, bello, ricco, sicuro di sé, ed il timido e dimesso Pelajo, ma la fortuna girò quando il primo rimase coinvolto in un incidente stradale provocato dall’ultima tra le amanti abbandonate dal giovane, l’instabile Nuria (una inquietante Najwa Nimri). Estratto dall’ abitacolo miracolosamente vivo ma sfigurato irrimediabilmente, Cesar iniziò così a sperimentare per la prima volta in vita propria l’abbandono e la solitudine più completa, tra estranei che lo deridevano per il proprio nuovo aspetto, donne che ora provavano per lui soltanto disgusto, e la nuova arrivata Sofia che a quel punto gli preferì senza indugio Pelajo. Dopo avere toccato il fondo, con vani tentativi di nascondere il proprio volto dietro ad una maschera ed il conseguente forzato isolamento tra le mura domestiche, a Cesar parve di rinascere quando Sofia tornò sui propri passi e gli confessò di averlo sempre amato,e quando, successivamente, luminari della chirurgia estetica lo sottoposero ad una operazione rivoluzionaria che gli restituì il bell’aspetto di un tempo. Cesar avrebbe potuto essere di nuovo felice, adesso, ma gli incubi di sempre peggioravano in maniera esponenziale, irrompendo nella realtà: Nuria, creduta morta nell’ incidente, inspiegabilmente ritornava prendendo il posto di Sofia, il protagonista reagiva seviziandola e denunciandola, ma era lui stesso a finire nei guai quando la polizia raccoglieva prove che smontavano la sua versione e lo accusava di essere un pazzo visionario. Fino alla notte in cui, assassinata l’ex amante che sembrava perseguitarlo sostituendosi alla nuova fiamma nei momenti più impensati, Cesar si ritrova in isolamento nel manicomio, e deve iniziare ad aprire i propri occhi per davvero, facendo finalmente i conti con cosa è veramente reale e con cosa invece lo sembra soltanto… Dopo l’esordio in sordina con “Tesis” (datato 1996, ma che in Italia verrà distribuito parecchi anni dopo questo), Alejandro Amenabar entra finalmente nel cinema dalla porta principale con un thriller di gran classe. Nuovamente fiero di citare i modelli ispiratori, che stavolta spaziano dall’ Hitchcock di “La donna che visse due volte” ad Argento con tutto il suo armamentario di riprese acrobatiche, soggettive estreme e preziosismi cromatici (qui il responsabile è il bravo Hans Burman), l’ autore spagnolo (ma di origini cilene) recupera meccanismi antichi (debitori a certacyberfantascienza risalente agli anni Cinquanta e Sessanta, e già più volte rispolverata da altri nei decenni successivi), adattandoli con sensibilità e gusto straordinari ad un intreccio quasi da film giallo: anche qui c’è infatti un fitto mistero da svelare, e, come in ogni film del genere che si rispetti, la soluzione arriverà soltanto poco prima della fine, in parte attesa ed in parte inaspettata ma comunque non peregrina, perfettamente in linea con i numerosi minimalistici particolari disseminati lungo la vicenda. Stupisce, specialmente in un ragazzo all’epoca appena venticinquenne come il protagonista del suo film, la capacità di gestire in maniera fluida e disinvolta un plot tanto intricato, di fatto un viavai continuo tra realtà, sogno ed immaginazione, presente, passato e futuro, senza mai sconfinare nella banalità o nell’inverosimile: “Apri gli occhi” è una macchina perfetta o quasi, in grado di perdere pochissimi colpi e di tratteggiare in maniera sublime un microcosmo pericolosamente vicino alla realtà quotidiana, dove pietà, amore e fratellanza non sono di casa nonostante le apparenze, e dove nessuno o quasi, dal punto di vista morale, si salva. Un mondo dove tutti sono – siamo, sembra dire il regista nemmeno troppo velatamente – “figli di puttana”, per usare una definizione tanto cara al protagonista; che lo è per primo, in fondo, anche se dopotutto non più di chi lo ha sempre circondato. E sono state proprio la (dis)umanità dei personaggi e la poetica della narrazione a prevalere infine sull’intreccio mistery in sé stesso: coprodotto da Francia ed Italia (c’è di mezzo la lungimirante Lucky Red dell’ex attore Andrea Occhipinti), il film ha fatto registrare ottimi incassi ovunque, contendendo nella natia Spagna il primato al “Titanic” di James Cameron, rivelandosi seminale (la saga di “Matrix” è venuta dopo) e lanciando direttamente nell’ olimpo Amenabar (anche coautore della sceneggiatura, con Mateo Gil, e delle ottime musiche, assieme a Mariano Marin), che in cambio della cessione dei diritti per la realizzazione del remake “Vanilla Sky” (troppo edulcorato ed anche per questo di gran lunga inferiore, anche se molti incredibilmente lo preferiscono all’originale) otterrà direttamente da Tom Cruise, protagonista e produttore di quest’ultimo, la chance di girare l’horror soprannaturale “The Others”; poi l’incetta di premi (Oscar incluso) fatta col drammatico “Mare dentro” giustificherà l’abbandono di un genere a cui, come si evince dal successivo “Agorà”, sembra non essere momentaneamente intenzionato a tornare, ma nel cui ambito – si spera – vorrà dire ancora qualcosa in futuro.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

APPUNTAMENTO NEL BOSCO
di Diego D’Orsi
Mediometraggio che s’ispira ai thriller all’italiana con strizzatine d’occhio nei confronti di Argento e Fulci (alla cui memoria è dedicato). Un giovane s’incontra con un misterioso individuo in un bosco e, dopo avergli consegnato un pacchetto, viene brutalmente ucciso a coltellate. La polizia inizia ad indagare sul delitto e ben presto ha inizio una catena di omicidi atti ad eliminare scomodi testimoni. Solo grazie alla caparbietà di un commissario si arriverà alla soluzione finale dell’enigma. Interessante opera d’esordio per Diego D’Orsi che mostra tutta la sua passione verso il thriller anni ’70 italiano con l’uso di frequenti dettagli, soggettive minacciose e luci che alternano toni freddi ad altri caldi e quasi surreali (in stile “Suspiria” o “Inferno”). Efficaci le musiche originali di Riccardo Ulivieri cosi’ come è buona la prova recitativa di Roberto Possenti nei panni del commissario di polizia. L’intreccio è piuttosto ingarbuiato e non sempre scorrevole e ci sono alcuni punti in cui il montaggio è piuttosto rozzo, ma il prodotto finale è sicuramente interessante e possiede alcune soluzioni visive efficaci. Attendiamo D’Orsi a successive prove che ne confermino le buone capacità messe in mostra con l’opera qui presente.Per chi fosse interessato ad avere una copia del mediometraggio in questione, può contattare direttamente l’autore all’indirizzo diegodorsi1@virgilio.it

APOCALISSE DOMANI
(APOCALYPSE DOMANI – THE CANNIBALS ARE IN THE STREETS – CANNIBAL APOCALYPSE – APOCALYPSE TOMORROW)
di 
Antonio Margheriti
Durante la guerra del Vietnam un comandante recupera due suoi soldati, imprigionati dai vietcong. Questi ,dopo esser stati torturati e trattati come animali, sono diventati degli ossessi dotati di violenti istinti antropofagi. Dopo anni passati dentro una clinica per malattie mentali, uno dei due ex-marines viene dimesso e l’istinto di mangiare carne umana torna immancabile, mentre si aggira nelle vie insidiose della metropoli Newyorkese. Il vecchio comandante cerca di recuperare il suo commilitone e, con orrore, si rende conto che gli istinti cannibali dell’uomo non sono semplicemente una deviazione mentale patologica, ma una vera e propria malattia contagiosa. Chiunque viene morso dai cannibali finisce col divenire a sua volta un antropofago, come in una sorta di dilagante morbo “zombesco”. Questo è il tipo di storia che io definisco perfetta per un b-movieche si rispetti. Purtroppo il risultato finale non è all’altezza delle aspettativw poichè il film non è curato nei particolari, sia a livello di confezionae estetica sia per quanto riguarda la sceneggiatura. E’ un vero peccato poiché ,viste le premesse, “Apocalisse Domani” (1980) avrebbe potuto essere un capolavoro del filone splatter- movie. Il concetto di reduce dal vietnam commistionato al cannibalismo crea una vicenda molto cruda e avvincente, ma viene a mancare un corripsettivo necessario a livello di impatto emotivo. Dal punto di vista scenico, Margheriti si dimostra maestro nel gestire ritmi e spazi, con ottime sequenze d’azione e numerosi momenti al “sangue” ma la tensione è la vera principale assente nel film in questione. La tematica stessa del cannibalismo come metafora dell’asocialità e, al contempo, della rabbia dei figli dell’america rinnegati, dimenticati ed ora “affamati”,non è sviluppata in maniera incisiva nonostante l’inizio di pellicola sia molto promettente ed assai ben diretto. E’ il dramma dei reduci e dei loro traumi che viene tralasciato e trattato con eccessiva superficialità. Peccato. Per un film assai valido, dal punto di vista del realismo con cui vengono affrontate determinate tematiche, vi rimando a “Combat Shock” del grande Buddy Giovinazzo.
RECENSIONE DI

ANTHROPOPHAGOUS 2000
di 
Andreas Schnaas
Schnaas con questa pellicola stabilisce lo spartiacque fra il suo cinema amatoriale improvvisato degli inizi e quello che sarà il suo futuro modo di girare più curato e con budget più consistenti. La storia si svolge in Italia ( uno dei motivi di questa location è il buon seguito di fans che il tedesco possiede nella nostra penisola ) ed è una sorta di remake del cult “Antropophagus” di Joe D’Amato (nei credits iniziali è citato come fonte della sceneggiatura originale il duo Massaccesi-Montefiori) miscelato assieme alla cronaca dell’infausta vicenda del mostro di Firenze. Un gruppetto di ragazzi decide di passare le vacanze in un paesino della toscana, ovvero Borgo San Lorenzo, e si trova vittima di uno psicopatico sanguinario. Il “mostro” ha subito un tremendo shock a seguito di un naufragio durante il quale, vinto dai morsi della fame, divorò la moglie e la figlia. Sarà un inferno per i ragazzi che periranno fra atroci supplizi. Girato con supporto digitale e con un buon montaggio al computer, il film di Schnaas si segnala per una cura ben maggiore rispetto alle sue precedenti tre pellicole e segna il passo per quel che sarà la summa (fino ad ora) dei suoi progressi, ovvero “Violent Shit 3“. La pellicola non è esente dai difetti, anzi spesso le stesse inquadrature sono tirate via e poco curate (notevoli comunque le carrellate nel bosco!). Lo splatter abbonda come sempre e questa volta è funzionale ad una storia che tutto sommato ha un intreccio ed una sceneggiatura (cose del tutto assenti nei suoi gore-movies precedenti). Notevole la scena-rifacimento del feto strappato alla donna incinta e quella delle interiora che vengono estratte direttamente dalla bocca di un malcapitato. Parliamoci chiaramente, non sono un fan di Schnaas, ma ritengo questo “Anthropophagous 2000″ un prodotto sicuramente apprezzabile 

ANNIHILATOR
di Michael Chapman
Se si pensa all’anno di uscita del film in questione, ovvero il 1986, se si osserva bene la locandina con tanto di umano con volto ferito, che mette in mostra circuiti elettrici sottopelle, se si riflette sull’assonanza del titolo…allora non c’è dubbio che il modello d’ispirazione dev’essere “Terminator” di James Cameron. Ovviamente è così, ma “Annihilator” vanta anche influenze dalla serie televisiva “Il fuggitivo” e dal classico “L’invasione degli ultracorpi”. La storia vede un giornalista alle prese con una subdola invasione aliena. Tutto ha inizio quando la sua ragazza torna profondamente cambiata da un viaggio aereo, misteriosamente scomparso e poi riapparso dalle rotte di volo. Ben presto l’uomo si renderà conto che la donna è stata rimpiazzata da una sorta di androide, dotato d’istinti omicidi. Scampato alle aggressioni, il “nostro” si ritroverà solo, non creduto dalle autorità, e costretto a difendersi dalla spietata caccia dei robots alieni. Concepito come “pilota” di una serie televisiva, mai realizzata, “Annihilator” si rivela un discreto prodotto fantascientifico venato, in numerosi frangenti, da atmosfere thriller/horror. Nonostante i debiti cinematografici sopraccitati e nonostante l’impianto televisivo della narrazione, il film intrattiene grazie ad un ritmo serrato, una fotografia di buona caratura (non a caso il regista Michael Chapman, qui in una delle sue rare prove dietro la macchina da presa, è un ottimo direttore della fotografia) ed effetti ottici e dimake-up , seppur datati oggigiorno, di egregia fattura ad opera di Michael Westmore. Inseguimenti, combattimenti corpo a corpo o con arma da fuoco, androidi dagli occhi luminescenti, esplosioni ed un vasto repertorio di musica da sintetizzatore e pezzi pop a condire questa tipica produzione anni ’80 che, se non fosse stata bocciata a suo tempo dalla Universal TV, avrebbe potuto dare il via probabilmente ad una serie televisiva di buon intrattenimento. Peccato.

L’ANGOSCIA
(ANGUISH – ANGUSTIA)
di Bigas Luna
Prodotto nel 1987 e distribuito l’ anno successivo, ma approdato in Italia (nell’ indifferenza generale) solamente alla fine del 1990, questo film rappresenta l’ unica incursione nel fantastico da parte dello spagnolo Bigas Luna, solitamente regista di pellicole erotiche. Il titolo è quantomai appropriato, dato che di angoscia, almeno all’ inizio, se ne prova davvero tanta. Una madre fanatica, interpretata da Zelda Rubinstein (ricordate la nana dei tre “Poltergeist”?), domina telepaticamente lo sventurato figlio, costringendolo a compiere malsane efferatezze; dopo circa mezz’ ora di narrazione si scopre però che si tratta solo della proiezione cinematografica di un “film nel film”, al quale uno degli spettatori, alla faccia di chi tenta di sostenere che la violenza sullo schermo non genera reale follia, ha deciso di ispirarsi per compiere un massacro ai danni del pubblico. Ma il finale regalerà una nuova sorpresa, mettendo in dubbio (neanche tanto velatamente) la veridicità dell’ intera vicenda. Ricco di analogie (quasi sicuramente involontarie) col “Démoni” di Bava, “L’ angoscia” è un onesto e maturo tentativo di sondare a trecentosessanta gradi l’ affascinante potere dell’ illusione cinematografica. Alcuni raccapriccianti accoltellamenti,con successiva estrazione dei bulbi oculari delle vittime, ne fanno un film da ricordare dal punto di vista del gore.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

L’ANGELO DELLA VENDETTA
(Ms. 45 – ANGEL OF VENGEANCE)
di Abel Ferrara
Thana, una giovanissima ragazza muta, subisce due stupri nell’ arco di un giorno; l’ultimo è di troppo, e la vittima reagisce, sfondando il cranio all’ aguzzino per poi sottrargli la pistola calibro 45 con cui la minacciava. Ma, dopo avere imboccato la strada della violenza, non sarà più capace di fermarsi, ed inizierà ad uccidere uomini scelti a casaccio. Dal sopravvalutato Abel Ferrara, un dramma urbano con sconfinamenti nel grottesco e nel grand-guignol, girato con una certa perizia e non senza una ben ponderata dose di humor, che ha però il torto di non dire alcunchè di eccessivamente nuovo. Gode comunque di una certa fama tra i cinefili, oltre che tra i fan del regista, e annovera una quantità di imitazioni (“Nuda vendetta”, “Sporco week-end” ed innumerevoli altri).
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

ANGEL NEGRO
(BLACK ANGEL)
di Jorge Olguin
Esordio nel 1999 di Jorge Olguin (“Sangre Eterna”), giovane precursore del cinema horror in Cile, con un lungometraggio che mescola rape/revenge e slasher, non disdegnando strizzate d’occhio allo stile di Dario Argento. Un giovane anatomo-patologo si trova ad effettuare autopsie sui corpi dei suoi ex-compagni di scuola che stanno morendo misteriosamente, uno ad uno. Spaventato e, soprattutto, convinto che un terribile episodio del passato sia la causa di questa serie di decessi, inizia ad indagare per risalire all’origine dei delitti. Verrà a galla una terribile verità. Un budget di soli 20.000 $ e poche locations, per un film realizzato in economia ma non senza una prima parte dotata di atmosfere opprimenti e scelte fotografiche dai toni spenti e plumbei, che rendono tangibile il forte senso di disperazione e minaccia incombente. Jorge Olguin mostra una buona capacità di messa in scena, una sicura gestione degli attori ed un interessante stile visivo, legato a canoni classici di regia, ben diverso dallo stile da videoclip che adotterà nella sua opera seconda “Sangre Eterna”. Purtroppo la nota dolente è la sceneggiatura, decisamente approssimativa specie nella seconda parte di film, in cui è evidente un calo generale di tono che coinvolge anche la suspense e la qualità globale del girato. Probabilmente il budget ha subito tagli sostanziosi così come i tempi di realizzazione sono stati accelerati palesemente. Il film ottenne un buon successo in patria, smuovendo l’interesse dell’instancabile Troma che ne ha curato successivamente la distribuzione in home-video negli States, col titolo “Black Angel”. In definitiva un prodotto interessante, seppur impreciso ed acerbo per molti aspetti, che merita di esser recuperato in quanto testimonianza di un giovane ed esuberante regista in grado di portare in alto un genere cinematografico totalmente ignorato nel suo paese

ANATOMY
(ANATOMIE)
di Stefan Ruzowitzky
Brividi d’ estate: Franka Potente (conosciuta nel 1998, con capigliatura color rosso fuoco, in “Lola corre”, autentica rivelazione di quella stagione) è la protagonista di questa sorta di epigono di “The skulls” in chiave ospedaliera ed in versione leggermente granguignolesca. Un’ aspirante medico chirurgo ottiene una borsa di studio per perfezionarsi presso una prestigiosa università teutonica,specializzata a far apprendere i più reconditi segreti del corpo umano attraverso meticolose dissezioni di cadaveri; ma la misteriosa sparizione di alcuni compagni e conoscenti farà scoprire alla giovane protagonista che le sperimentazioni dell’ accademia vanno ben oltre,e sono efficacemente coperte da un complotto che ha radici molto in alto. Scandito da scene truculente tutt’altro che disturbanti, “Anatomy” non si sottrae ai difetti tipici delle pellicole tedesche, in grado di risultare fredde e monocordi anche quando sono provviste di una buona tecnica e di qualche idea vagamente interessante; curiosa (e soprattutto furbesca) l’ americanizzazione del titolo originale nell’ edizione italiana.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

ANACONDA
di Luis Llosa 
Horror d’avventura con il solito animale gigantesco ed assassino, che divora un po’ di persone prima di essere abbattuto, come da copione. In questo caso si tratta di un serpente amazzonico, la famigerata anaconda, uno dei rettili più grandi esistenti sulla terra. Un gruppo di studiosi è alla ricerca di un leggendario esemplare, di cui si narrano gesta infauste, e avrà a che fare (oltre che con il famelico serpentone) anche con un brutto ceffo animato da sinistri intenti. Un disastro completo questo film che, nonostante la sua pessima qualità, ha ottenuto un buon successo di cassetta dando il via ad una serie di sequel e, soprattutto, ad nuova ondata di horror catastrofici, con animali assassini. Questo genere di pellicole, nate negli anni ’50, ebbero un nuovo ritorno di fiamma durante i ’70 per poi tornare nell’oblio, da cui sembrano essersi riprese negli ultimi 2-3 anni, complice anche l’utilizzo della computer grafica che, a basso costo, permette oramai di animare qualsiasi tipo di creatura sul grande schermo. Tornando ad “Anaconda” mi preme sottolineare la pochezza tecnica dell’insieme, oltretutto infarcito di effetti rozzissimi ed un serpente, in poveristica CG, che sembra una figurina appiccicata sullo schermo. Inoltre il rettile è dipinto come un mostro spietato la cui sete di morte è provata scientificamente ( Ma quando mai!!! E’ un predatore che come altri che uccide per fame e che può vomitare le sue prede dopo averle ingerite non per ingordigia feroce, come sostengono gli sceneggiatori del film, ma bensi’ per liberarsi da un peso che gli renderebbe impossibili i movimenti in caso di pericolo!). Gli attori sono assolutamente svogliati, la storia non si regge in piedi e spesso si scivola pesantemente nel ridicolo involntario. Basti pensare alla scena in cui l’anaconda, che si è appena pappata una persona, passa sotto la superficie del lago e si vede chiaramente la preda in rilievo nello stomaco, che ha la bocca aperta in una smorfia di terrore! Una buffonata…

AMITYVILLE DOLLHOUSE
di Steve White
Una famigliola male assortita va abitare in una casa costruita sulle rovine carbonizzate di Amityville, nel cui ripostiglio degli attrezzi si cela nientemeno che una copia in scala ridotta della villa infestata distrutta da un incendio; prontamente data in dono alla figlioletta minore, la reliquia non mancherà di portare lo scompiglio. A tutt’oggi l’ultimo capitolo (escludendo il remake del 2005) di una saga esageratamente ed inutilmente lunga, “Amityville dollhouse” ricicla alcuni spunti dei precedenti capitoli (ad esempio il rogo e gli insetti) e spreca malamente quelli nuovi (gli incubi con bambini diabolici, la trovata della casa in miniatura), che proposti e dosati con perizia potevano forse risultare inquietanti ma che invece, complice la probabile destinazione televisiva del prodotto, finiscono col cadere nel vuoto. Musica e regia anonime, cast artistico di tenore discreto ma senza neanche un nome di benchè minimo spicco,effetti speciali buttati giù in fretta: lasciate perdere…
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI

AMMAZZAVAMPIRI
(FRIGHT NIGHT)
di 
Tom Holland
Divertente e ritmato film, datato 1985, con vampiri e cacciatori degli stessi all’opera. La trama vede un ragazzo che ha dei nuovi vicini di casa, verso i quali nutre inquietanti sospetti. Difatti crede che siano dei vampiri e mai dubbio fu più fondato… I vampiracci vengono spiati, se ne accorgono e, ovviamente, vanno su tutte le furie. Inizia così una lotta senza quartiere fra il loro capo ed il ragazzo, che verrà coadiuvato da un buffo attore che interpreta il ruolo di ammazzavampiri, in un programma televisivo. Una baraonda d’effetti speciali di qualita’ eccellente ad opera del mago Richard Edlund, degli attori azzeccati (specie Roddy McDowall e Chris Sarandon) nei loro ruoli e soprattutto la regia di Holland che, dopo i primi minuti in stile paratelevisivo, prende il via e dona un ritmo veloce e scanzonato alla vicenda, rendono “Ammazzavampiri” un piccolo gioiello del teen-horror. Il vampiro viene riletto in chiave moderna, con tutti gli stilemi, i vizi e l’appariscenza degli anni ’80. Lo si puo’ trovare in discoteca mentre adesca la vittima, ballando con carismatica eleganza, oppure lo si vede all’opera mentre morde una ragazza, in una scena carica di erotismo, fotografia patinata e musica elettronica . In definitiva, un film decisamente divertente, che ebbe un ottimo successo commerciale ed un sequel di qualita’ nettamente inferiore

AMERICAN PSYCHO
di Mary Harron 
Inutile dire che il qui presente prodotto è tratto dall’omonimo best seller di Bret Easton Ellis, libro cult che diede scandalo (anche se ad onor del vero a tutt’oggi vi è molto di peggio) quando uscì narrando paranoie e gesta sadiche di uno yuppie in carriera. C’era da aspettarselo che un libro così controverso diventasse un film, ed infatti qualcuno ci ha messo le mani per far si che la follia di quelle pagine diventasse 1 ora e quaranta minuti di celluloide in cui Patrick Bateman si muove a cavallo tra le sue due vite parallele. La prima, di elegante, raffinato e curatissimo uomo d’affari, ossessionato dal look e dal culto del fisico (paranoica ma fondamentale la scena iniziale in cui descrive la sua quotidiana cura del corpo), la seconda di assassino e spietato serial killer, sadico fino all’inverosimile. Trascorre le sue giornate tra noiose discussioni con colleghi d’ufficio, soggiogati da miti degli anni ottanta come i ristoranti di culto, il lusso e perfino il colore dei loro biglietti da visita. L’esasperante routine fatta di lavoro, donne, locali e serate tra droga e alcool tratteggia la generazione della fine degli anni ottanta prossima al collasso. Collasso che si verifica nella mente di Patrick quando lascia invece fuoriuscire il suo alter ego criminale. Così in una escalation senza controllo comincia ad uccidere prima metodicamente, poi sempre più in maniera sregolata, riuscendo a fatica a costringere il suo io criminale a riaddormentarsi quando con la luce del giorno deve rivestire i panni del posato uomo d’affari. Colleghi d’ufficio e prostitute non fa differenza, è l’atto omicida che conta perpetrato sempre con cura e distacco. Tutto è superficiale, tutto è finto, perfino gli omicidi sono eseguito semplicemente come fossero “culto dell’immagine” e non atti di crudeltà o delirio. Eppure in questo film manca qualcosa. Manca la cosa che fin dalle prime battute ci mettono sotto gli occhi (anche se poi, svelato il gioco di inquadrature, scopriamo non essere ciò che pensiamo): il sangue. Se è effettivamente tratteggiata bene la mondanità di plastica ottantiana anche nelle ambientazioni, nei vestiti, e nei gadgets (che sono stati appositamente riesumati per il film) manca il lato violento della cosa. Ad una buona caratterizzazione di Bateman, perso nel suo totale e maniacale studio del corpo si contrappone una mancata vena sanguinolenta per dipingere il suo alter ego psicotico. Ogni momento in cui la telecamera dovrebbe e potrebbe indugiare su scene davvero forti (riconducendo al culto dell’immagine, sebbene devastata, anche l’altro lato del protagonista, completandone la mania estetica) ritorna il solito tormentone poco artistico, ma cardine, nel cinema di massa: la censura. La telecamera non si può spingere oltre un certo limite, il businness ha sempre la meglio sull’arte. Il film si lascia guardare, regala anzi un finale molto bello, un dissiparsi di certezze in cui nemmeno noi capiamo cosa è vero e cosa no, se ciò che abbiamo visto era frutto della follia di Patrick o realtà; è piacevole e a tratti schizoide e perverso al punto giusto, ma questa dose di follia rimane sempre senza uno sfogo a causa di una regia che ci nega ciò che completerebbe l’opera: un po’ di violenza mostrata nella sua lucida intensità.
RECENSIONE DI

DAVIDE “DE” MASPERO

AMERICAN MARY
di Jen & Sylvia Soska
Mary è una promettente studentessa di chirurgia che, problemi di soldi a parte, sembra avere un futuro radioso ad attenderla. Purtroppo però, una volta iniziato il praticantato di chirurgia, si trova ad essere vittima di un ambiente cinico, fortemente sessista e, dulcis in fundo, condito da esclusivi party che spesso culminano in stupri di gruppo. L’odio, l’umiliazione ed il senso di vendetta prendono il sopravvento sulla giovane che riverserà le sue abilità da chirurgo negli ambienti più estremi della body modification e, soprattutto, utilizzerà bisturi e punti di sutura per dare il ben servito a diversi maschietti impenitenti. Le gemelle Jen e Sylvia Koska (tra l’altro presenti nel film con un gustoso – per quanto irrisolto – cameo) dirigono questa discesa negli inferi femminili analizzando, spesso sagacemente e con la lente distorta dell’orrore e dello humor macabro, la profonda misoginia e l’avvilente mercificazione che permeano la nostra società, in tutti i suoi livelli. La donna-oggetto vista come vera e propria bambola da usare e gettare o, ancora peggio, da umiliare e sottomettere violentemente. Katharine Isabelle (“Ginger Snaps”) è brava a vestire (e s-vestire) i panni della spietata e sofferente Mary e riesce a mantenere il personaggio nel giusto e difficile equilibrio fra crudeltà e cinica ironia. Diretto con verve e ricco di trovate originali, “American Mary” risulta un piccolo ma valido horror “sociale” nel quale la crudezza delle immagini è messa quasi in secondo piano dall’ancor maggiore crudezza dei sottotesti. Peccato solo che la sceneggiatura prenda troppe strade, talvolta senza portarne a termine alcune, perchè il film avrebbe potuto davvero diventare uncult-movie. Notevole la selezione di brani presenti nella colonna sonora.

L’AMANTE DEL DEMONIO
di Paolo Lombardo
Squallido horror italiano del 1971 (ma uscito nella sale cinematografiche 3 anni dopo) che vede alcune avvenenti ragazze passare la notte in un lugubre maniero, dove si vocifera alberghi il demonio in persona! Una di queste giovani vivrà una notte particolarmente movimentata, visto che sognerà d’essersi reincarnata in una donzella del medioevo, soggetta alle pessime attenzioni del maligno. Girato con i piedi da Paolo Lombardo, il film in questione attanaglia lo spettatore in una morsa di tedio bestiale. La recitazione è semplicemente da denuncia con Edmund Purdom che fa una figuraccia, Rosalba Neri che si fa ammirare (ma per il resto, poco aggiunge) e lo storico attore di spaghetti-western Robert Woods che si avvia a chiudere la propria carriera (pare che, oltretutto, abbia egli stesso concluso le riprese del film). I momenti involontariamente esilaranti sono numerosi cosi’ come i dialoghi ridicoli ed i personaggi assolutamente fuori luogo. Uno su tutti il menestrello errante che giunge a cantar le sue storie alla donzella, un personaggio davvero imbarazzante nel suo nonsenso. Vogliamo parlare del maligno ? Quando appare scordatevi zolfo, corna e zoccoli, ma piuttosto accontentatevi di un tipo che indossa una sorta di cappuccio rosso da boia. La povertà di mezzi è oltre i limiti di guardia, così come la scarsa cura per i dettagli, e pertanto spesso (e volentieri) negli esterni diurni scorgiamo in sottofondo i pali che portano i fili della corrente elettrica. Altro che Medioevo !!! Ma non dimentichiamoci la sequenza in cui la ragazza fugge dal diavolaccio e va ad infilarsi in un capanno palesemente preso in prestito da un set di un film western ! Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti vero ?Evitatelo come la peste bubbonica.

L’ALTROVE
(THE DARKNESS BEYOND)
di Ivan Zuccon
Il ventottenne Ivan Zuccon è il regista di questo horror dagli interessanti spunti e dalla pregevole confezione. Siamo nel 1571 a Baghdad quando un filosofo arabo traduce e trascrive le pagine che si trovano nel Necronomicon, il famigerato libro dei morti. All’improvviso una presenza invisibile aggredisce l’uomo e l’uccide. Con un balzo temporale ci troviamo avanti di 500 anni con il mondo sconvolto da un’assurda guerra perpetrata da gruppi di folli invasati ai danni dell’umanità. Si tratta di umani posseduti dai Grandi Antichi che intendono spazzar via la razza umana per sempre. Un manipolo di soldati si troverà a vivere un’orrenda avventura fatta di incubi, torture e terrificanti rivelazioni sull’origine del nostro mondo. Carico di immagini orripilanti e di sequenze di ottimo impatto visivo, “L’Altrove” si snoda in una serie di agghiaccianti situazioni. Il regista Zuccon si dimostra sicuro dietro la macchina da presa ed ha uno stile molto interessante. Di certo si nota l’abilità acquisita dopo essersi “fatto le ossa” con diversi cortometraggi, con il bizzarro film “De Generazione” e dopo aver fatto da assistente a Pupi Avati nel 1999. Inoltre i numerosi riferimenti a Lovecraft donano al film in questione un alone molto tenebroso e suggestivo. Realizzato con diversi supporti (16mm, Betacam e “cinepresa” digitale) “L’Altrove” si avvale di una fotografia onirica e di una recitazione alquanto professionale. L’unica critica che si può muovere al film è che lo stile da videoclip inficia un po’ sul risultato finale. Difatti (per quanto questa sia una ovvia scelta del regista) la storia tende a frammentarsi in scene di indubbio impatto visivo ma anche di esile collegamento logico. Numerosi gli spunti e le citazioni lungo il corso del film: si va dai cenobiti di Clive Barker ai film di Fulci con una sequenza finale che mi ha ricordato molto “Hardware di Richard Stanley. Intelligente anche la trovata di non dare alla vicenda un vero e proprio protagonista, difatti ogni qualvolta che lo spettatore crede di aver identificato il personaggio principale della storia questi puntualmente viene ucciso. Consiglio vivamente a tutti gli amanti dell’horror di reperire tale prodotto (in attesa di distribuzione in Italia…sigh…ma quando si sveglieranno i nostri ?) contattando questi ragazzi alla casella postalestudio.interzona@libero.it Ne vale davvero la pena

L’ALTRO INFERNO
(THE OTHER HELL)

di 
Bruno Mattei
Horror del 1981 diretto da Bruno Mattei (che usa lo pseudonimo Stefan Oblowsky) e scritto insieme a Claudio Fragasso, in cui tedio e povertà di mezzi la fanno da padroni assoluti. Il film coniuga il filone dell’orrore demoniaco con quello dei film “conventuali” e scimmiotta Argento a più non posso. In un convento il maligno domina incontrastato. La madre superiora ed altre suore si dedicano a strani riti alchemici fin quando iniziano delle orrende morti a catena. Un esorcista perisce nel tentativo di esorcizzare il luogo ed il suo giovane sostituto decide di indagare a fondo sui misteri e sulle strane morti. Nel finale, addirittura, spuntano fuori pure gli zombi (mah!). Dotato di una sceneggiatura inesistente, confuso più che mai e denso di dialoghi e situazioni improbabili, “L’Altro Inferno” è un prodotto raffazzonato e noioso che ricicla il set appena utilizzato, dallo stesso Mattei, per il film “La vera storia della monaca di Monza”. C’è qualche scena splatter ben riuscita e la fotografia (quando non risulta sovraesposta) riesce a creare un certa atmosfera infernale con l’uso di luci dai colori intensi. Buone anche le musiche (riciclate) dei sempre bravi Goblin. Ma la lentezza cronica del film e la sua illogicità completa inficiano sul risultato finale. Per la sagra del ridicolo c’è da segnalare l’incredibile scena in cui un prete si muove furtivo in un lugubre corridoio dove sono impiccate delle bambole. D’improvviso una suora urlante gli si getta addosso e lui la schiva per un pelo lasciandola cadere a terra. Poi, come se nulla fosse stato, il “nostro” prosegue per la sua strada lentamente, senza neanche degnare di uno sguardo la suora invasata che lo ha appena assalito. Beh…io, come minimo, un po’ mi sarei preoccupato…ma questi restano i misteri del cinema di Mattei

ALTERED
di Eduardo Sánchez
Non si scherza con le domande.
Questo è meglio dirlo subito, per cominciare. Sì, perché magari i protagonisti del film di Eduardo Sánchez , nelle loro fantasiose vite da personaggi, prima che tutto avesse inizio, prima che tutto diventasse un inferno, se l’erano chiesti: “Esistono gli alieni?” Per gioco, senza troppe pretese. Seduti al bar del paese, tra una risata e l’altra, una birra e l’altra, una sigaretta e l’altra, c’era pure scappato, forse, quest’argomento. O forse no. Magari non gliene era mai fregato un cacchio. In ogni caso, gli alieni li hanno incontrati. Non si scherza con le domande. E non si scherza con la vendetta. Esistono gli alieni, questo i nostri cinque protagonisti hanno avuto modo di scoprirlo. E hanno scoperto anche che sono cattivi. Molto cattivi. Spietati, diabolici, forti come dieci di loro e affascinati dalla sperimentazione selvaggia sulla cavia essere umano. Cinque protagonisti… No, facciamo quattro. Perché uno c’è restato secco, sotto i ferri marziani. La giustizia che tenteranno di farsi gli altri e il conseguente disastro sono “Altered”. “Altered” che angoscia. Raccontato in un’ora e mezza che dura una notte nella finzione filmica, pressato in un appartamento che è la prigione improvvisata per l’alieno catturato dal manipolo di scampati alla terminazione scientifica, schiacciato sotto il peso di un cielo stellato che nasconde il nemico deciso a rimediare allo smacco, “Altered” angoscia parecchio. Perché quei quattro se la fanno sotto per tutta la pellicola. Lo sanno che è stato un errore cedere all’impulso di restituire parte della sofferenza subita. Lo sa perfino il più deciso di tutti, quello che finge ancora di appartenere alla razza più potente dell’intero universo. Lo sa anche lui, che gli alieni sono pericolosi. Che non bastano fucili, pistole e parolacce. Che non basterebbero cannoni e missili e carriarmati. Che se sei nato umano, allora la tua è la seconda forma di intelligenza vivente. O magari la terza. Chissà. Non c’è scampo, in “Altered”. L’affronto della rivolta alla specie superiore aliena è narrato con violenza ricca di splatter e momenti di puro panico. Regna sovrana una piacevole atmosfera da b-movie anni ’80, fatta di quel tanto che basta a divertire e spaventare senza assurdi stafalcioni da pretenzioso colossal. E non c’è fretta, la tensione è perfettamente diluita, come pure le psicologie dei personaggi (per quanto elementari) ben delineate. Un prodotto strutturalmente ineccepibile, che non molla mai la presa e scricchiola solo un pochino nel finale troppo ambizioso a livello visivo. Colpisce soprattutto la sceneggiatura, che ha molto da dire e lo dice bene, che non usa flashback per descriverci un passato fondamentale a capire il presente agire dei personaggi. Usa solo parole. E non è facile. La terza forma di intelligenza vivente, dicevamo. Chissà. Già, meglio non sapere. Meglio vivere a testa bassa, non porsi quesiti sulla presunta esistenza di chi ci abita sopra. Meglio starsene al caldo tra le braccia di mamma, proprio come dice uno dei nostri quattro disgraziati, e lasciare la curiosità fuori dalla porta del mondo dato e conoscibile. Voglio la mamma, dice lui. Ma lo dice quando è troppo tardi.
RECENSIONE DIBASHFUL

ALONE IN THE DARK
di Uwe Boll
Imbarazzante. E’ questa la parola che definisce meglio “Alone in the Dark”, ennesimo horror ispirato ad un videogame di successo, portato sul grande schermo dal tedesco Uwe Boll (“House of the Dead”). Un film talmente sconclusionato, scritto male ed ancor peggio diretto, da risultare irritante oltre che tremendamente soporifero. La (confusa) storia vede il detective del paranormale Edward Carnby alle prese con una malvagia minaccia, legata al suo passato, che sembra tornata per spalancare le porte dell’inferno. Un misterioso manufatto è al centro delle attenzioni dei malvagi di turno, che si circondano di mostri (fin troppo simili all’alieno di Giger) e che , non avendo di meglio da fare, mettono a soqquadro il nostro povero mondo… Assistito dalla scienziata ed ex-girlfriend e da un geniale antropologo, il nostro eroe sgominerà il male. “Alone in the Dark” sembra un costoso giocattolo messo nelle mani di un bambino viziato ma incapace di usarlo. Boll dirige con i piedi la vicenda e sembra solo divertirsi con la steadycam ed i rallenty a iosa, senza aver però un briciolo di idee su come tener assemblato il film. Non dimenticherete la scena di sesso fra Christian Slater e Tara Reid…una delle più forzate, futili e ridicole mai realizzate! La sceneggiatura farnetica baggianate cosmiche, è piena di falle clamorose e carica di citazioni pedestri (l’unica, un briciolo interessante, è quella iniziale che s’ispira a “Il furore della Cina colpisce ancora”). Il cast, che poteva anche essere decente, viene diretto malissimo e cosi’ Slater, Dorff e la Reid sembrano solo boccheggianti pesci fuor d’acqua. Colonna sonora roboante, montaggio (mediocre) da videoclip, dialoghi improbabili e tanto, tantissimo dilettantismo. Flop tremendo, il film è costato 20 milioni di dollari e ne ha incassati neanche la metà. Comunque preparatevi al peggio poiché Boll sta per tornare, caparbio, all’attacco con un altro horror tratto da un videogame: “Bloodrayne”. Tremo al solo pensiero

ALLUCINAZIONE PERVERSA
(JACOB’S LADDER) 

di Adrian Lyne 
Jacob Singer, reduce del Vietnam tormentato dai ricordi di guerra e dalla morte del figlioletto, incomincia a vedere strani esseri ovunque: la metropolitana e le strade di New York si rivelano luoghi non più tranquilli e tutti, compresa la sua compagna, sembrano avere qualcosa da nascondere. Scoprirà che anche i suoi ex-commilitoni hanno lo stesso problema, e che a tutti loro fu somministrata una potente sostanza in grado di aumentare la ferocia durante i combattimenti. Comincia come l’ennesimo “Vietnam movie”, ma ben presto il film si trasforma in un viaggio perverso e allucinante dentro i meandri della psiche umana: da un regista mediocre come Lyne non ci si aspettava un’opera così densa, profonda e ricca di significati come questa. Dimenticate l’insopportabile stile patinato di robe come “Flashdance” e “Nove settimane e mezzo”: qua il regista dimostra di saperci fare, e sa condurre il gioco fino all’ambigua soluzione finale. Un horror adulto, quindi, suggestivo e coinvolgente: tutte qualità rare negli ultimi anni. Semplicemente perfetto Tim Robbins; in un ruolo di contorno figura Eriq LaSalle, futuro dottor Benton di E.R..
RECENSIONE DI
GIACOMO CALZONI

ALLIGATOR
di Lewis Teague
Buon film che s’inserisce nel filone dei “beast movies” dove l’animale feroce di turno è questa volta un enorme alligatore. Sfruttando la celebre leggenda metropolitana che narra di coccodrilli che vivono nelle fogne newyorkesi, la pellicola è caratterizzata da un buon uso della tensione e degli effetti speciali. Un cucciolo di alligatore, vinto ad una fiera, viene gettato nelle scarico di un bagno e finisce nei canali delle fogne. Qui il rettile inizia a cibarsi di rifiuti e carogne varie. Fra queste vi sono alcune carcasse di cani su cui sono stati fatti esperimenti genetici. Il simpatico alligatore subirà una mutazione che lo renderà enorme e ferocissimo. Stanco delle carogne trovate nelle fogne, il “nostro” deciderà di risalire in superficie (memorabile la scena in cui l’alligatore sfonda l’asfalto ed emerge in mezzo ad una strada pubblica) per assaggiare la prelibata carne umana. Un poliziotto, con un debole per l’alcool, ingaggerà una lotta all’ultimo sangue con la creatura. La regia solida riesce a dar ritmo ed un crescendo di suspense davvero buoni e la seconda parte del film, quella in cui il mostro vaga per la città, è davvero ben riuscita. Gli effetti speciali sono buoni , gli attori credibili ed i mezzi produzione, non enormi, vengono comunque gestiti al meglio. Il buon vecchio trucco di sfruttare la paura comune che la gente ha nei confronti di animali feroci, centuplicandone la cattiveria, (“lo Squalo” docet) funziona appieno in questa pellicola. Il film, realizzato nel 1980, ottenne un buon esito commerciale e dieci anni dopo è stato realizzato anche un sequel dal titolo “Alligator 2 : The Mutation

ALLA RADICE DEL MALE
(SEED PEOPLE)
di Peter Manoogian
Dalle ceneri dell’Empire, la casa di produzione di Charles Band, sorse la Fullmoon Pictures che ne riprese lo stile di produzione horror/fantasy. A differenza dell’Empire però, la Fullmoon si specializzerà in film con marionette killer (la saga “Puppet Master”), bambole malefiche (“Demonic Toys” et similia) e vari altri pupazzoni & pupazzetti malvagi . In questo “Seed People” assistiamo alla sfortunata vicenda di una comunità americana che vive fra i placidi boschi del nord e che si trova a fronteggiare un’invasione aliena. Gli extraterrestri sono però dei gran furbi poiché si mimetizzano fra gli umani, clonandone le sembianze (in stile “Ultracorpi” tanto per intenderci), e solo quando sono messi alle strette rivelano la loro mostruosa natura di esseri simil-vegetali. La storia, come avrete notato da soli, è la solita zuppa trita e ritrita che prende spunto dalla fantascienza anni ’50, senza il minimo sforzo di aggiungere un guizzo creativo. Neanche gli fx di John Carl Buechler salvano la situazione, strozzati dal budget ristretto. Difatti le creature aliene sono di rozzissima fattura e terribilmente legnose nei movimenti. Povero nei mezzi e, soprattutto, nelle idee il film si trascina fino allo scontato finale e non regala un briciolo d’emozione allo spettatore. Uno dei tanti film superflui della storia del cinema

ALL THE BOYS LOVE MANDY LANE
di Jonathan Levine
Qualora riusciste a passare indenni i primi 35 minuti di questo film, allora potreste anche godervi un discretoslasher con tanto di doppio twist finale che lascia aperti non pochi interrogativi ma che tenta anche di dare una spiegazione pseudo-razionale alla vicenda. L’avvertimento è d’obbligo, dato che nella prima mezzora il film sembra atutti gli effetti un teen-movie in piena regola, fatto di amori liceali, droga, sesso, battutine, cheerleaders e Mandy. E’ lei la ragazza più desiderata della scuola, ma nessuno riesce ad averla. La vacanza al ranch di un amico sarà l’ennesimo pretesto per i ragazzi presenti per tentare un aggancio, ma i risvolti saranno decisamente spiacevoli… Slasher diverso quantomeno dal solito “raduna le vittime ed falle uccidere tutte mediante comportamenti idioti”, questo “All the Boys Love Mandy Lane” riesce ad approfondire la psicologia e la personalità di quasi tutti i protagonisti (senza esagerare, sia chiaro), e col pretesto di una storia di gelosia mette in campo una buona vicenda ricca di tensione, di violenza mai eccessivamente grafica ma comunque utile allo scopo, ed una sorpresa finale che non arriva inaspettata ma induce almeno a qualche porsi più di una domanda.
Non vado oltre, ovviamente.
Thriller a tinte horror quindi, con una fotografia eccellente ed un utilizzo frequente ma saggio dello slow-motion, soprattutto nelle sequenze più importanti. Buone anche le musiche, finalmente ben scelte e non limitate alla solita musichetta di tensione con botta di volume improvvisa.
Regia capace, interpreti giovanissimi ma convincenti, finale che ho interpretato come quasi ironico nella sua nerissima realtà.
RECENSIONE DI
UCCIO

L’ ALIENO 2(THE HIDDEN 2 : THE SPAWNING)
di Seth Pinsker
Tardivo sequel, datato 1993, del buon fantahorror “L’Alieno“, di modesta fattura e con un ritmo piuttosto televisivo. Alla fine del primo capitolo eravamo convinti che il mostruoso alieno, in grado di occupare corpi umani, fosse stato debellato definitivamente. Il mostro invece è riuscito ad entrare nel corpo di un cane (“La Cosa” docet) e si è rifugiato in una vecchia fabbrica abbandonata. Qui la creatura prolifera creando dei viscidi bozzoli, dai quali ovviamente nascerà una stirpe di piccole mostruosità (“Aliens – scontro finale” docet). Un nuovo agente spaziale giunge sulla terra per debellare la minaccia e sarà aiutato dalla figlia del poliziotto umano del primo capitolo. Nulla di nuovo per questo sequel girato in economia, che da il meglio di se negli effetti speciali di Todd Masters (fra i quali, vi è da segnalare la scena splatter in cui un corpo umano deflagra). Storia semplice e derivativa, qualche scena divertente, attori funzionali e regia ordinata anche se priva di mordente. Il film prosegue sulle stesse corde del primo, mescolando diversi generi, dal poliziesco passando per la fantascienza e l’horror. Non si sentiva particolarmente bisogno di un seguito del buon film di Sholder, tuttavia “L’Alieno 2″ è un prodotto che si guarda tranquillamente e si dimentica rapidamente

L’ ALIENO( THE HIDDEN )
di Jack Sholder
Piccolo ma robusto b-movie che miscela, con successo, azione con fantascienza a forti tinte horror. La vicenda narra di due poliziotti, uno umano e l’altro di origine aliena, che danno la caccia ad un mostruoso extraterrestre, che si impossessa dei corpi delle vittime usandoli come involucro esterno. Il mostro inoltre è in grado di passare da un corpo all’altro, quando è in pericolo oppure quando il fisico che lo contiene risulta troppo danneggiato. I due poliziotti daranno battaglia alla mostruosità fino al concitato e spettacolare finale. Solido, scritto con buon senso del ritmo e ricco di trovate, “L’Alieno” si rivelò, oltre che una gradita sorpresa, anche un discreto successo ai tempi della sua uscita (era il 1987). Diretto con mestiere e senso dell’action da Sholder, il film si avvale anche di buoni effetti speciali a basso costo. Se l’idea del “mostro” che utilizza il corpo umano come “veicolo” è un classico della sci-fi, ne “L’Alieno” tale concetto è sviluppato in maniera talmente efficace (ed efficacemente ripugnante, in taluni momenti) da spingere successive pellicole dello stesso periodo (“Sotto Shock” di Wes Craven e “La casa 7 – The horrorshow” di Sean Cunningham) a ripercorrerne i passi, con esiti decisamente inferiori. L’unico predecessore, che aveva già usato un’idea simile a questa, è stato il valido “Pentagram” con Luis Diamond Phillips.

ALIEN RAIDERS
di Ben Rock
Un gruppo armato fa irruzione nottetempo in un supermercato e sequestra le persone che si trovano all’interno. Quella che inizialmente sembra una rapina in realtà si rivela essere una missione con l’intento di scovare delle presenze aliene che, secondo i sequestratori, hanno preso possesso dei corpi di alcuni clienti del posto. Sembra follia ma, in realtà, c’è davvero qualcosa di non-umano e, soprattutto, potenzialmente letale all’interno del supermercato… Prendete “The Mist” per la location e per la situazione degli umani sotto assedio, mescolatelo con “Altered” per la robusta dose di azione a mano armata e per il concetto dell’invasione aliena che solo le persone “sensitive” possono svelare ed ecco che verrà fuori “Alien Raiders” pellicola tutt’altro che disprezzabile che ovvia alla ristrettezza di budget con molto ritmo e qualche lodevole invenzione. Seppur prevedibile in diversi passaggi, il film si sviluppa con brio e riesce ad intrattenere per la sua ora e mezza di durata senza provocare sbadigli. Buona la regia di Ben Rock, curata la fotografia e l’editing ed apprezzabile il cast che mette in scena i consueti duri d’azione un pò meno ridicoli del solito. Effetti speciali ridotti all’osso e, spesso, tenuti nella penombra più fitta che ne maschera i limiti. Nulla per cui gridare al capolavoro ma gli amanti delfantahorror , e non solo, potranno apprezzarlo

ALIEN 2 SULLA TERRA 
di Ciro Ippolito
Strani pietre azzurre giungono sulla terra, a seguito dell’atterraggio di un’astronave misteriosamente priva dell’equipaggio a bordo. Una spedizione di speleologi si avventura in grotte sotterranee ed uno di essi rinviene, e porta con sé, una delle rocce spaziali. Ma le pietre piovute dal cielo altro non sono che forme aliene letali, il cui scopo è di prendere possesso del corpo umano. Si scatenerà una disperata lotta fra gli speleologi e le creature assassine. Il titolo truffaldino (tipico specchietto per allodole) di questo film del 1980 nasconde un fanta-horror italiano che nulla c’entra con il celebre “Alien” di Ridley Scott. Il regista Ippolito (specializzato in sceneggiate napoletane e fautore dei due film demenziali degli “Squallor”) , firmandosi con lo pseudonimo Sam Cromwell, realizza un prodotto piuttosto sgangherato ma con buona dose di splatter. Il budget è minimo, ma qualche efficace scenografia non manca e la regia azzecca un paio di buone trovate. Nonostante ciò il film resta cosa assai modesta, scivolando a tratti nel ridicolo involontario e solo la violenza grafica tiene accesa l’attenzione dello spettatore. Curiosità: nei panni di uno degli speleologi troviamo un giovane Michele Soavi

ALIEN INCURSION
di Jeffery Scott Lando
Un meteorite cade in una zona boschiva americana, liberando creature vermiformi che aggrediscono la fauna locale, essere umano incluso. I vermetti si infilano nel corpo delle vittime per poi tramutarsi, dopo un breve periodo d’incubazione, in mostri simili a rospi in grado di raggiungere dimensioni spropositate. Una giovane ranger, suo padre ed un gruppetto di ragazzi e ragazze si troveranno ad affrontare la mortale minaccia, alla quale va sommata anche la presenza di un manipolo di soldati intenzionati a far strage di tutto e tutti. Prodotto a bassissimo costo del 2006, distribuito in home-video e attraverso la pay tv Sci-Fi Channel, che rielabora la consueta invasione aliena con esiti tutt’altro che entusiasmanti. Jeffery Scott Lando (“Decoys 2” ) è regista e produttore con all’attivo diversi horror low budget e possiede mestiere necessario per imbastire un film nonostante i mezzi striminziti e la sceneggiatura di basso profilo. Peccato che, dopo una prima mezzora in cui gore e ironia la fanno giustamente da padroni, “Alien Incursion” decida di prendersi sul serio finendo per amplificare tutti i suoi limiti. Non manca il ritmo ma lo script è talmente puerile e prevedibile che inevitabilmente il divertimento scema lasciando spazio all’imbarazzo. Effettisplatter elementari ed effetti incomputer graphic assolutamente indecenti, con le creature che sono disegnate male, animate peggio e non si integrano adeguatamente con le riprese reali. Passate oltre

ALIEN DEAD
(THE ALIEN DEAD)

di Fred Olen Ray
Fred Olen Ray è considerato attualmente come uno dei peggiori registi viventi. Giudizio, a parer mio, eccessivo anche se il “nostro” ha firmato una grande quantità di porcherie su celluloide. Fra di esse va segnalato questo “Alien Dead”, opera seconda di Ray realizzata nel 1980 dopo il tremendo esordio con “The Brain Leeches” (molte filmografie riportano come opera prima “Demented Death Farm Massacre” che in realtà era un film mai distribuito che Ray ha acquistato, rimontandolo ed aggiungendo alcune sequenze in seguito). La trama di “Alien Dead” è lineare e diretta: una meteora cade in un lago della Florida. Gli zombi risorgono. Fine. Nonostante questa spiazzante elementarità il film riesce ad essere caotico ed incomprensibile. La pellicola, girata in 16mm con assoluta mancanza di budget, tecnica ed idee, risulta mortalmente noiosa con rari momenti gore e con effetti speciali assolutamente non speciali. Il make-up degli zombies è quanto di più ridicolo possa esistere. Nonostante inserisca una dose di grossolana ironia, Ray non riesce a salvare la situazione. Menzione a parte per gli attori che guardano in camera e, spesso e volentieri, se la ridono di brutto quando vengono divorati dai morti viventi. Nel cast figura anche Buster Crabbe, un tempo interprete dei serial “Flash Gordon” e “Buck Rogers” ed ormai in completa caduta libera. Da segnalare le scene in cui le ragazze fanno il bagno nel fiume completamente vestite (evidentemente si vergognavano a mostrarsi in bikini di fronte alla telecamera!). Solo per fan sfegatati di Fred Olen Ray

AVPR – ALIENS VS PREDATOR 2
(AVPR : ALIENS vs PREDATOR – REQUIEM)

di Colin & Greg Strause
Il Celebrity Death Match continua. Dopo “Alien vs Predator”, i due più famosi mostri dallo spazio profondo tornano a darsele di santa ragione, e proprio qui, sulla Terra. Ce ne frega qualcosa? Io direi di no. E, a dir la verità, nemmeno ai contendenti interessa molto il nostro tifo. Facciamo che loro sono due ubriaconi qualunque che cominciano a picchiarsi in strada per chissà quale motivo. Dal marciapiede, una spinta tira l’altra, finiscono dritti in una cristalleria, una di quelle botteghe in cui pure uno starnuto può costarti cocci sul pavimento. La rissa è alle stelle, ancora spinte, calci, pugni, e intanto Crash!, Bam!, Sram!, tutto il negozio è un tappeto di frammenti scintillanti. Ecco, quei frammenti, ex-vasi, ex-bicchieri, ex-altro, sono la vera storia di “Alien vs Predator 2” . Non gli ubriaconi. La cristalleria. Salta subito all’occhio, anche all’occhio guercio dello spettatore sprovveduto, che le icone fantascientifiche di cui sopra altro non sono che due ubriaconi qualunque. Appunto. E’ importante il casino che fanno, i cocci che creano. Non il nome che portano. La nostra cristalleria è una cittadina americana, comunque. Location a cui siamo abituati. Casette a schiera, parcheggio sempre di fronte al giardino, locali dove cameriere col cartellino servono hamburger anche alle 6.00 a .m. Mettiamoci un boschetto a circondare l’ambaradam di cemento e asfalto, aggiungiamo personaggi con banalissime diatribe familiari, bellocci adolescenti, e siamo a posto.
La cristalleria è pronta. E i cocci, ripeto, avrebbe potuto farli qualunque ubriacone. Avp2 è divertente e lascia il segno. In sé, avrebbe dovuto essere l’ennesima prova di come l’horror possa cadere in basso, l’horror da BlockBuster che senza alcuna vergogna oltraggia vecchi e gloriosi mostri sacrosanti per appiccicare un titolo di sicuro successo a trame vuote e inconcludenti. E invece, AvP2 fallisce. E fallendo, paradossalmente, diventa un buon film.
Le creature che avrebbero dovuto tenere la scena latitano. A momenti, in alcune sequenze particolarmente buie, è perfino difficile distinguerle l’una dall’altra. Si azzuffano, Alien e Predator, come i due ubriaconi, e alla fine scompaiono. A conquistare il palcoscenico è il casino che fanno nel frattempo. Per questo fallisce, per questo è un buon film. Dimostra, direi non volendo, che di risvegliare vecchie glorie non c’è alcun bisogno. Dimostra che l’importante è avere degli ubriaconi (i mostri) e dei cocci (gli umani). In AvP2 si torna a respirare aria buona anni Ottanta. Gli ingredienti sono infallibili: orrendi esseri dallo spazio che si nascondono nelle fognature, ragazzotti in età scolare e sceriffi e bambini curiosi, parti deformi, sangue, molto sangue, eroe dannato ed eroina sua moglie, l’esercito che fa finta di salvare tutti e invece mira solo a sedare l’isteria generale per il “bene del paese”. Tutto il resto è lì per caso. Alien e Predator sono qui per pura fatalità. Loro che si sono, in passato, meritati intere saghe, loro che hanno personalità da riempirci una enciclopedia sull’argomento, sono nulla nella nostra cristalleria. E va bene così. Perché ci si diverte un casino, ripeto. E anche perché la fissazione per il ripresentare, rimescolare, rimaneggiare, che è tipica del periodo che viviamo, subisce un colpo fortissimo, finendo col produrre un eccellente film di intrattenimento che non necessitava di alcuna etichetta. Finendo col dimostrare palesemente, insomma, l’inutilità della vorace ripetizione nomastica da cui proviene.

RECENSIONE DIBASHFUL

AVP – ALIEN VS PREDATOR
di Paul W. S. Anderson
Una spedizione scientifica, finanziata da un miliardario, parte alla volta dell’Antartide dopo aver scoperto una misteriosa piramide sepolta sotto i ghiacci perenni. Ma purtroppo per loro, una mortale minaccia li attende. Difatti degli esseri alieni usano la piramide come luogo di caccia ai danni di un’altra razza extraterrestre e cosi’ gli umani si troveranno nel mezzo di una vera e propria guerra. Il leggendario “crossover” , fra i due miti del moderno fanathorror, prende vita grazie alla regia di Anderson (“Resident Evil”) e grazie ad un sonante budget di oltre 60 milioni di dollari. Dopo una serie a fumetti ed un videogioco, e dopo numerose rinunce di case di produzione a finanziare il progetto cinematografico, ecco giungere nelle nostre sale il punto d’incontro fra la serie “Alien” e quella di “Predator”. Il risultato però non è eccelso, sia a causa di una sceneggiatura fin troppo scarna e sia per lo spessore della pellicola stessa, più adatta ai teenagers che ad un pubblico adulto. Se la prima mezz’ora di girato riesce a trasmettere un senso d’attesa ed una buona atmosfera, il resto del film può vantare solo un buon ritmo e degli effetti speciali possenti. Una lunga serie di stereotipi infarcisce la vicenda in cui i personaggi sono abbozzati a malapena e le citazioni talmente copiose, da risultare stucchevoli e forzate. Non ci si annoia (il film è una pura macchina per l’intrattenimento più fragoroso) ma di certo le figure dell’alieno e del predatore vengono rivisitate nella loro chiave più superficiale e diretta. Le angosce cupe e futuristiche, succo di “Alien”, ed il confronto spietato uomo-mostro, di “Predator”, lasciano il posto ad una sarabanda di effetti speciali, corse a perdifiato e botti di capodanno. In fondo “Alien vs Predator” non dice nulla di nuovo allo spettatore né tantomeno soddisfa la maggior parte degli “aficionados” del passato, ma si pone come un gigantesco videogame per giovanissimi. Comunque non mancano momenti d’impatto; uno su tutti, il primo duello fra l’alieno sbavante ed il predatore armato di lame: botte da orbi

2:13
(TWO THIRTEEN)
di Charles Adelman
Un serial killer , che adora Shakespeare , sevizia ed uccide le sue vittime trasformandogli il volto in maschere di carne deforme, con l’intento di tormentare un poliziotto fresco reduce da un ricovero, per esaurimento nervoso. Sembra che ogni delitto sia collegato in qualche modo allo sbirro che , fra una seduta psichiatrica ed una bevuta di troppo, decide di mettersi a caccia dell’assassino. Scavando nel passato, scoprirà che i traumi dell’infanzia possono generare mostri… Scialbo clone, fuori tempo massimo, di “Seven” e de “il Silenzio degli innocenti” che si appoggia su uno stile sporco e sincopato, con qualche incursione fugace nel torture porn , e che rincara la dose di sangue ed orrore rispetto ai suoi illustri predecessori. Godibile solo nell’ultimo quarto d’ora, il film riserva pochi spunti d’interesse e si limita a seguire pedissequamente le sceneggiature delle pellicole sopraccitate, copiando i colpi di scena, mettendo in campo un’attrice (Teri Polo) assai somigliante a Jodie Foster e, addirittura, ricalcando il finale del film di David Fincher. I valori tecnici discreti sono vanificati dall’evidente fretta con cui è stato assemblato il prodotto e la regia di Adelman, autore con un lungo background a basi di documentari, è poco incisiva e dirige in modo incerto anche la prova , tuttavia non disprezzabile, del protagonista Mark Thompson. Salvabile qualche momento gore , specie in apertura e chiusura di film, e per il resto c’è solo noia e dèjà-vu . Datato 2009
4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO
di Dario Argento
Con il 1971 si conclude la famosa “trilogia degli animali” grazie alla terza opera della non più “solo promessa” ma esaltante realtà di Dario Argento:
“Quattro mosche di velluto grigio”.
Se con i primi due film “L’uccello dalle piume di cristallo” ed “Il gatto a nove code” aveva sovvertito le regole del thriller ed il modo di fare cinema in Italia, ora estremizza ancor più le sue abituali tematiche inserendo frammenti di fantastico – irrazionale nel thriller più puro. Questo è dovuto alla geniale, ma non plausibile, soluzione finale secondo la quale con un apposito macchinario si può scoprire l’ultima immagine della vittima rimasta impressa nella sua retina e che porta alla scoperta dell’assassino, anche se in realtà nel film non avviene così poichè quello rimasto impresso riguarda una sequenza di quattro mosche, così che i protagonisti vengono ancora una volta beffati e con loro lo spettatore. La soluzione talmente innovativa, per quanto assurda, diventò all’epoca un caso che però si sgonfiò presto dovuto anche alla netta smentita da parte della medicina ufficiale.
E’ qui che inizia quello che sarà da ora in poi il marchio di fabbrica della filmografia argentiana: la famiglia mostro che partorisce l’assassino. Infatti mentre ne “L’uccello dalle piume di cristallo” l’omicida era spinta in seguito alla visione di un quadro che dipingeva la sua stessa aggressione subita da bambina e ne “Il gatto a nove code” la molla criminale era inserita nella conformazione cromosomica dell’assassino (uno dei ricercatori dell’istituto), da ora in avanti la causa scatenante è da ricercarsi in molti casi all’interno della stessa famiglia, che siano rapporti ambigui tra genitore e figlia (come in questo caso dove il padre che aveva sempre desiderato un maschio picchia la figlia e la fa rinchiudere in manicomio con la sola colpa di essere una donna), tra madre e figlio (coppia omicida in
Profondo Rosso” dove tutto l’incubo nasce dall’omicidio del padre ad opera della moglie la quale doveva essere rinchiusa in un ospedale psichiatrico), ancora tra madre e figlio in “Phenomena” dove quest’ultimo (mostruoso frutto di una violenza sessuale ad opera di uno squilibrato) si accanisce su povere collegiali di un istituto svizzero con l’assenzo-aiuto della madre ed istitutrice, mentre tracce di psicopatia sessuale all’interno della famiglia si trovano anche in “Opera“. La cosa poi inquietante, riguardo al film in questione, è il parallelismo tra la vita reale del regista e la pellicola, poichè più di una persona all’interno della troupe aveva intravisto una non lieve somiglianza tra sua moglie Daria e la protagonista (l’inglese Mimsy Farmer ottima nella parte), la finzione si mescola con la realtà e con il protagonista che a poco a poco si accorge che colei con cui condivide il letto matrimoniale è una persona misteriosa. Argento a riprese ultimate si separerà dalla Nicolodi.
In questo film assoluta dominante è l’incertezza, dato che già dal primo omicidio si scopre in seguito che di tale non si è trattato ma l’uomo verrà in seguito ucciso a metà film; l’investigatore omosessuale che pensa di avere intrappolato l’assassino in un bagno pubblico, viene a sua volta ucciso con un colpo in testa ricevuto da una sbarra di ferro e finito con una puntura di veleno nel cuore; la moglie amata si rivela il peggiore dei tuoi incubi.
Si svela poi da ora anche l’altra passione del regista, quella per il teatro e tutto ciò che lo circonda: tutta la sequenza iniziale dove Roberto (il protagonista) inseguendo lo sconosciuto da cui era pedinato entra proprio in un vecchio teatro, dove comincia una collutazione con il misterioso uomo uccidendolo accidentalmente con un coltello appartenente alla vittima (tutto questo sotto gli occhi di una persona mascherata che fotografa l’accaduto); in “Profondo rosso” la sequenza iniziale sul congresso di parapsicologia si svolge in un teatro ed è da lì che comincia l’incubo;in “Suspiria” non si parla di teatro nel vero senso della parola, ma tutte le scenografie sono di ambientazione teatrale, così come in “Inferno“; in “Opera” infine è il teatro di per sè fattore dominante. Come sempre Argento non è innovativo solamente nello svolgimento della trama, ma anche sotto il punto di vista puramente tecnico dato che l’ultima sequenza del film, venne girata al rallentatore con una cinepresa fino ad allora usata solamente per lavori scientifici la quale può riprendere fino a 6.000 fotogrammi al secondo invece dei normali 24, ed il risultato finale è entusiasmante e straziante come la morte rappresentata.
Non c’è che dire: oramai Argento, diventato un regista di levatura mondiale, si apprestava, dopo la non felice parentesi de “Le cinque giornate”, a realizzare il suo capolavoro con il quale sarà sempre ricordato nel mondo: “Profondo rosso”.

RECENSIONE DILUCA MARGARITELLI

2001 MANIACS
di 
Tim Sullivan
Il cult del 1964 “2000 Maniacs !” diretto dal padre dello splatter H.G. Lewis, ha il suo remake, datato 2005, in questo “2001 Maniacs” che si rivela essere un prodotto divertente e piuttosto fedele allo spirito del suo predecessore. Sullivan fa un buon lavoro a livello di sceneggiatura, riprendendo il soggetto originale ed attualizzandolo, lasciando però intatto lo spirito goliardico e lo humor nero. E cosi abbiamo dei teenagers in vacanza che s’imbattono in Pleasant Valley, paesino sperduto del sud degli States, dove la popolazione di 2001 anime sta per celebrare il Guts and Glory Festival con un enorme barbecue e con danze e musica. I giovani, invitati a restare alla festa, si troveranno ben presto in balia di un intero villaggio di pazzi sadici assassini, il cui unico scopo è di ucciderli e divorarli. Miscelando gli stereotipi dell’attuale cinema horror assieme al vecchio animo reazionario e genuinamente esuberante di “2000 Maniacs”, la pellicola scorre piacevolmente con un buon equilibrio fra ironia,splatter ed un pizzico di erotismo. La regia di Tim Sullivan è puramente narrativa, sobria, priva di virtuosismi ma perfettamente in tono con la vicenda e l’ambientazione. Il budget di 3 milioni di dollari è ben gestito, nonostante una certa povertà di scenografie, ed una nota di merito va data all’intero cast del film, con in testa un Robert Englund piacevolmente istrionico. Massiccia la dose di splatter, supportato dai buoni fx di Pat Tantalo (“Slugs”) con almeno due omicidi da segnalare: uno squartamento con la vittima legata a dei cavalli ed un impalamento molto doloroso. In definitiva un prodotto divertente, privo di pretese, che intrattiene per un’ora e mezza senza mai prendersi sul serio. Prodotto da Eli Roth (“Cabin Fever”, “Hostel”), Scott Spiegel (“Intruder”, “Dal Tramonto all’Alba 2” ) e dall’originario producer di “2000 Maniacs!” David F. Friedman.
2000 MANIACS !
di 
Herschell Gordon Lewis 
Il sadismo esplode inesorabile in questa opera, “2000 Maniacs!” che occupa le prime file della pole position dei film tremendi degli anni 60. Il nostro caro nonnino dello splatter, Herschell Gordon Lewis, realizza questo suo secondo film con pochissimi mezzi, come da consuetudine, ma rendendolo intriso di cattiveria inaudita. Forse lievemente meno splatter, rispetto alle altre opere del regista in questione, ma con degli omicidi che sono ricchi di fantasia, sia per costruzione che per rappresentazione scenica. Tre coppie in viaggio nel sud degli states, a causa di una deviazione nella strada di campagna che stanno percorrendo, arrivano in uno sperduto paese in festa, dove vengono accolti calorosamente da tutti gli abitanti del luogo. E’ la festa del centenario, dalla fine della guerra di secessione, ma c’è un piccolo particolare…gli abitanti del paese, in realtà, sono dei maniaci assassini (risorti dalla tomba unicamente per la giornata di festeggiamenti !!!) che uccideranno i loro graditi ospiti. Questi ultimi verranno scannati nei modi più pittoreschi possibili :: amputazione di un braccio con colpi di accetta, caduta libera da una collina in una botte chiodata (Marco Atilio Regolo docet), smembramento tramite cavalli imbizzarriti e tiro al bersaglio, stile luna park, ad un masso gigante posto in bilico sopra una ragazza legata. Tutta colpa della guerra tra nordisti e sudisti, gli ospiti infatti sono degli abitanti del nord, i cosiddetti yankee, e la festa è una terribile vendetta da parte dei paesani risorti (sudisti massacrati durante la guerra) ai loro danni. Rispetto al precedente “Blood Feast” la recitazione e la messa in scena sono ben più curate, seppur la rozzezza della confezione è evidente, ed addirittura (udite!udite!) la telecamera accenna a movimenti, evitando gli allucinanti e noiosissimi piani sequenza fissi a cui Lewis ci aveva abituato. L’uso massicccio dell’ironia riesce a sdrammatizzare gli eventi truculenti, trasformando il film in un buffo calderone degli orrori, una vera gioia per tutti i gorehounds. E fra di essi, ovviamente, mi schiero anche io.

28 GIORNI DOPO
)
di Danny Boyle

 

4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO
di Dario Argento
Con il 1971 si conclude la famosa “trilogia degli animali” grazie alla terza opera della non più “solo promessa” ma esaltante realtà di Dario Argento:
“Quattro mosche di velluto grigio”.
Se con i primi due film “L’uccello dalle piume di cristallo” ed “Il gatto a nove code” aveva sovvertito le regole del thriller ed il modo di fare cinema in Italia, ora estremizza ancor più le sue abituali tematiche inserendo frammenti di fantastico – irrazionale nel thriller più puro. Questo è dovuto alla geniale, ma non plausibile, soluzione finale secondo la quale con un apposito macchinario si può scoprire l’ultima immagine della vittima rimasta impressa nella sua retina e che porta alla scoperta dell’assassino, anche se in realtà nel film non avviene così poichè quello rimasto impresso riguarda una sequenza di quattro mosche, così che i protagonisti vengono ancora una volta beffati e con loro lo spettatore. La soluzione talmente innovativa, per quanto assurda, diventò all’epoca un caso che però si sgonfiò presto dovuto anche alla netta smentita da parte della medicina ufficiale.
E’ qui che inizia quello che sarà da ora in poi il marchio di fabbrica della filmografia argentiana: la famiglia mostro che partorisce l’assassino. Infatti mentre ne “L’uccello dalle piume di cristallo” l’omicida era spinta in seguito alla visione di un quadro che dipingeva la sua stessa aggressione subita da bambina e ne “Il gatto a nove code” la molla criminale era inserita nella conformazione cromosomica dell’assassino (uno dei ricercatori dell’istituto), da ora in avanti la causa scatenante è da ricercarsi in molti casi all’interno della stessa famiglia, che siano rapporti ambigui tra genitore e figlia (come in questo caso dove il padre che aveva sempre desiderato un maschio picchia la figlia e la fa rinchiudere in manicomio con la sola colpa di essere una donna), tra madre e figlio (coppia omicida in
Profondo Rosso” dove tutto l’incubo nasce dall’omicidio del padre ad opera della moglie la quale doveva essere rinchiusa in un ospedale psichiatrico), ancora tra madre e figlio in “Phenomena” dove quest’ultimo (mostruoso frutto di una violenza sessuale ad opera di uno squilibrato) si accanisce su povere collegiali di un istituto svizzero con l’assenzo-aiuto della madre ed istitutrice, mentre tracce di psicopatia sessuale all’interno della famiglia si trovano anche in “Opera“. La cosa poi inquietante, riguardo al film in questione, è il parallelismo tra la vita reale del regista e la pellicola, poichè più di una persona all’interno della troupe aveva intravisto una non lieve somiglianza tra sua moglie Daria e la protagonista (l’inglese Mimsy Farmer ottima nella parte), la finzione si mescola con la realtà e con il protagonista che a poco a poco si accorge che colei con cui condivide il letto matrimoniale è una persona misteriosa. Argento a riprese ultimate si separerà dalla Nicolodi.
In questo film assoluta dominante è l’incertezza, dato che già dal primo omicidio si scopre in seguito che di tale non si è trattato ma l’uomo verrà in seguito ucciso a metà film; l’investigatore omosessuale che pensa di avere intrappolato l’assassino in un bagno pubblico, viene a sua volta ucciso con un colpo in testa ricevuto da una sbarra di ferro e finito con una puntura di veleno nel cuore; la moglie amata si rivela il peggiore dei tuoi incubi.
Si svela poi da ora anche l’altra passione del regista, quella per il teatro e tutto ciò che lo circonda: tutta la sequenza iniziale dove Roberto (il protagonista) inseguendo lo sconosciuto da cui era pedinato entra proprio in un vecchio teatro, dove comincia una collutazione con il misterioso uomo uccidendolo accidentalmente con un coltello appartenente alla vittima (tutto questo sotto gli occhi di una persona mascherata che fotografa l’accaduto); in “Profondo rosso” la sequenza iniziale sul congresso di parapsicologia si svolge in un teatro ed è da lì che comincia l’incubo;in “Suspiria” non si parla di teatro nel vero senso della parola, ma tutte le scenografie sono di ambientazione teatrale, così come in “Inferno“; in “Opera” infine è il teatro di per sè fattore dominante. Come sempre Argento non è innovativo solamente nello svolgimento della trama, ma anche sotto il punto di vista puramente tecnico dato che l’ultima sequenza del film, venne girata al rallentatore con una cinepresa fino ad allora usata solamente per lavori scientifici la quale può riprendere fino a 6.000 fotogrammi al secondo invece dei normali 24, ed il risultato finale è entusiasmante e straziante come la morte rappresentata.
Non c’è che dire: oramai Argento, diventato un regista di levatura mondiale, si apprestava, dopo la non felice parentesi de “Le cinque giornate”, a realizzare il suo capolavoro con il quale sarà sempre ricordato nel mondo: “Profondo rosso

666
di Angelo Di Noia
Ancora bambole assassine per Di Noia che con questo corto conferma la sua vena per il trash ed il weird estremo. “666” sembra quasi una sorta di variante del precedente “The Evil Doll” dal quale , oltre che riprendere il soggetto principale della bambola assassina, riprende anche lo stile visivo sporco e  monocromatico. Tutto comincia con una folle scena, degna del più oscuro cinema muto, durante la quale, in piano sequenza, assistiamo ad un rito demoniaco effettuato da un bizzarro individuo che vaneggia e smanaccia l’aruia a più non posso. Il rito serve a trasportare uno spirito malvagio nel corpo inerte di una bambolina. Ovviamente dopo ciò, il giocattolo diventa letalmente aggressivo e a farne le spese saranno una ragazza ed un prete (interpretato con vigore dallo stesso Di Noia) intervenuto per scacciare il maligno. La follia imperversa in “666” ed assistiamo a tutta sorta di situazioni paradossali fino al finale delirante. Se da un lato la spontaneità folle di “The Evil Doll” si è persa, dall’altro un maggiore cura estetica sembra emergere dal corto in questione che regala, specie negli ultimi minuti, delle scene di buon impatto visivo. C’è ancora dell’approssimazione nella resa tecnica anche se spesso, la rozzezza nelle riprese e nel montaggio sembrano essere veri e propri punti di forza (e sembrano ricercati dallo stesso autore) nella folle missione cinemtografica di Di Noia. A questo punto, attendiamo successive follie del regista di Venosa.

SEI DONNE PER L’ASSASSINO
di Mario Bava 
Immaginatevi chiusi tra quattro mura lisce e senza la minima apertura, da soli, a farvi compagnia solo una soffusa luce rossa, della quale non riuscite ad individuare la fonte; una sola certezza: dovete morire, e non di certo per mano vostra. Che sensazioni provereste? Probabilmente le stesse che vi assaliranno guardando questo film, che rispetto alla scena descritta prima ha solo una scenografia più ampia e un numero maggiore di vittime, per il resto, luce rossa e opprimente senso di morte compresi, vi ritroverete davvero chiusi in quella stanza, della quale solo il maestro Bava conosce l’uscita, e credetemi, lui di certo non vi lascerà scappare via! Stanze chiuse a parte, questa variazione sul tema del “Delitto perfetto” del grande regista italiano è davvero molto valida e spicca per le brillanti doti narrative e tecniche, luce rossa in primis. Del resto, pur trattandosi di un classico tema del cinema giallo e del terrore, risultati così buoni era lecito aspettarseli da un artista che non manca mai di infondere alle proprie opere il suo personalissimo stile. Dario Argento stesso, nelle sue prime tre opere, dimostrerà d’aver appreso appieno tale lezione di cinema. L’ennesima dimostrazione dell’eccelso e prolifico genio creativo di Mario Bava

7 MUMMIES
di Nick Quested
Ennesimo clone di “Dal tramonto all’alba” che vede un gruppo di delinquenti in fuga, imbattersi in un antico medaglione risalente all’epoca dei conquistadores. Dopo che un vecchio indiano rivelerà loro l’importanza del medaglione stesso, sorta di sigillo che permette di scoprire un antico tesoro centenario protetto da sette mummie, i galeotti decideranno di mettersi alla ricerca del leggendario oro sepolto. S’imbatteranno in un misterioso villaggio nel deserto, popolato da gente che sembra essere ferma ai tempi del far west, e qui dovranno lottare per la sopravvivenza poichè, a loro spese, si renderanno presto conto di essere circondati da una masnada di morti viventi affamati. Ironia, un pò di gore, un pizzico di sesso e tanta action, gli ingredienti della pellicola in questione che, seppur intrattenedo, rivela grossi limiti di sceneggiatura. Il film è un baraccone rutilante, senza molto senso a dire il vero, che si appoggia a consueti clichè senza offrire nulla di nuovo. Qualche momento divertente si alterna ad altri che scivolano decisamente nel ridicolo, fallendo il tentativo di mantenersi in equilibrio fra trash volontario e spirito serioso (vedi la lotta fra i galeotti e le mummie redivive, che si difendono a colpi di karate). Da segnalare, nel cast, l’impagabile presenza di Danny Trejo e Billy Drago, quest’ultimo nei panni di un villain di tutto rispetto. Per una visione notturna, con zero pretese

7 NOTE IN NERO
di Lucio Fulci
Virginia è una donna dotata di poteri paranormali, che da bambina le causarono l’orrenda premonizione del suicidio della madre. Da adulta, la sua vita scorre normale e felice, finchè giunta in Italia per lavoro non ha un’altra terribile visione. Un atroce delitto in cui un uomo sta murando vivo qualcuno, probabilmente una donna. Virginia stordita e atterrita dalla macabra esperienza decide di indagare, per scoprire se ciò che ha visto è reale o meno. E per cercare di impedire che accada. Un film carico di tensione, con una trama molto accattivante ed una valida sceneggiatura , scritta a sei mani da Dardano Sacchetti, Roberto Gianviti e lo stesso Fulci, vagamente ispirata al “Gatto nero ” di Edgar Allan Poe. Ottima la fotografia di Sergio Salvati e brava Jennifer O’Neill nel ruolo da protagonista, inquieta ed angosciata. Un Fulci in gran forma che ci regala un bel thriller parapsicologico che, come egli stesso ha dichiarato in più di un’intervista, ha sempre considerato come una delle sue opere più riuscite nonostante lo scarso successo che, ai tempi, ebbe nelle sale cinematografiche. Datato 1977

13 BELOVED
(13 GAME SAYAWNG)
di Ma-Deaw Chukiatsakwirakul
Se uno volesse fermarsi al nome del regista, probabilmente si arrenderebbe subito: convincersi alla visione di una pellicola di Ma-Deaw Chukiatsakwirakul non dev’esser semplice, ma vi assicuro che una volta vinto l’imbarazzo iniziale non rimarrete delusi. 13 Beloved è un thriller, a tinte horror, che vede come protagonista Chit, un giovane studente con gravi problemi economici: non ha più un lavoro, non ha più la ragazza, uno sfigato a tutto tondo. Ma sarà una curiosa chiamata al cellulare a dargli la possibilità di cambiare la sua vita per sempre: una allegra voce gli offre infatti l’opportunità di partecipare ad un singolare quiz telefonico nel quale Chit sarà chiamato a superare 13 prove. Ogni volta che riuscirà a superarne una con successo, gli verranno accreditati molti soldi sul conto corrente, per un totale di 100 milioni di Baht (circa 2 milioni di euro,se non erro). Un errore basterà per perdere tutto, così come un eventuale abbandono. Un incredulo Chit capisce di avere una enorme chance per sistemare ogni suo problema, ma non sa che quello sarà soltanto l’inizio di un lungo incubo, un incubo che lo trasformerà in uno spietato killer spinto ad uccidere esclusivamente dalla brama di denaro, da una sfida mortale alla quale non è possibile rinunciare e che tirerà fuori tutta la bestialità del povero studente thailandese. Un thriller piuttosto originale quindi, ben confezionato ed interpretato e con una sottile vena umoristica che, nella seconda parte della pellicola, lascia spazio al dramma più crudo. Peccato soltanto per un finale non all’altezza, ma la visione è gradevole e consigliata.

28 GIORNI DOPO
( 28 DAYS LATER )
di Danny Boyle
Danny Boyle ( “Piccoli omicidi tra amici” , “Trainspotting”, “The Beach” ecc…) si tuffa, con il suo tipico stile di regia, in questa storia che incrocia horror e fantascienza catastrofica. Alcuni animalisti fanno irruzione in un centro di sperimentazione scientifica sulle scimmie. Con orrore, il gruppo scopre gli atroci esperimenti cui sono soggette le povere bestie e decide di liberarle. Mal gliene incoglie poiché gli animali sono infetti ed in grado di trasmettere un terrificante virus che tramuta, in pochi secondi, gli umani in ossessi sbavanti e feroci. 28 giorni dopo , assistiamo al risveglio di un ragazzo di nome Jim che era ricoverato, in stato comatoso, all’ospedale di Londra. Jim, che nulla sa della tremenda epidemia, inizia a vagare per la città deserta alla ricerca di qualcuno ancora in vita. Da qui ha inizio l’odissea del giovane che incontrerà branchi di feroci “infetti” ed alcuni umani “sani” che si difendono per sopravvivere. Inoltre, la radio capta una sola stazione che manda a rotazione un appello, da parte di un gruppo militare di Manchester, che invita tutti i sopravvissuti in circolazione ad unirsi a loro. L’atmosfera desolata ed angosciante della Londra devastata, la fotografia fredda e sgranata e l’ottima colonna sonora (a cui ha collaborato Brian Eno) rendono i primi 20 minuti di questo film decisamente terrificanti e disperati. Poi la pellicola ridimensiona la sua riuscita poichè la tensione cala progressivamente, l’originalità latita ed il finale non convince del tutto. Eppure, nonostante ciò, è piacevole notare l’atmosfera “europea” di questo film che prende le distanze dall’aurea patinata di molti prodotti “made in USA” che imperversano nelle nostre sale cinematografiche. Interessante anche la scelta di Boyle di adoperare sia la pellicola che il digitale per trasmettere sensazioni diverse. Il digitale difatti viene usato per conferire al film un taglio “realistico” e decisamente crudo. Le citazioni abbondano (“Demoni” di Bava , “Resident Evil” e la trilogia sugli zombie di Romero) anche se, a mio parere, non sempre risultano ben inserite nel contesto e spesso anche i “messaggi morali” che il regista ci invia, lungo il corso della vicenda, sono forzati e forse un po’ ruffiani. Anche se non ci troviamo dinanzi ad un capolavoro, questo “28 Giorni Dopo” risulta essere un film interessante che merita la visione.

28 GIORNI DOPO
( 28 DAYS LATER )
di Danny Boyle
Danny Boyle ( “Piccoli omicidi tra amici” , “Trainspotting”, “The Beach” ecc…) si tuffa, con il suo tipico stile di regia, in questa storia che incrocia horror e fantascienza catastrofica. Alcuni animalisti fanno irruzione in un centro di sperimentazione scientifica sulle scimmie. Con orrore, il gruppo scopre gli atroci esperimenti cui sono soggette le povere bestie e decide di liberarle. Mal gliene incoglie poiché gli animali sono infetti ed in grado di trasmettere un terrificante virus che tramuta, in pochi secondi, gli umani in ossessi sbavanti e feroci. 28 giorni dopo , assistiamo al risveglio di un ragazzo di nome Jim che era ricoverato, in stato comatoso, all’ospedale di Londra. Jim, che nulla sa della tremenda epidemia, inizia a vagare per la città deserta alla ricerca di qualcuno ancora in vita. Da qui ha inizio l’odissea del giovane che incontrerà branchi di feroci “infetti” ed alcuni umani “sani” che si difendono per sopravvivere. Inoltre, la radio capta una sola stazione che manda a rotazione un appello, da parte di un gruppo militare di Manchester, che invita tutti i sopravvissuti in circolazione ad unirsi a loro. L’atmosfera desolata ed angosciante della Londra devastata, la fotografia fredda e sgranata e l’ottima colonna sonora (a cui ha collaborato Brian Eno) rendono i primi 20 minuti di questo film decisamente terrificanti e disperati. Poi la pellicola ridimensiona la sua riuscita poichè la tensione cala progressivamente, l’originalità latita ed il finale non convince del tutto. Eppure, nonostante ciò, è piacevole notare l’atmosfera “europea” di questo film che prende le distanze dall’aurea patinata di molti prodotti “made in USA” che imperversano nelle nostre sale cinematografiche. Interessante anche la scelta di Boyle di adoperare sia la pellicola che il digitale per trasmettere sensazioni diverse. Il digitale difatti viene usato per conferire al film un taglio “realistico” e decisamente crudo. Le citazioni abbondano (“Demoni” di Bava , “Resident Evil” e la trilogia sugli zombie di Romero) anche se, a mio parere, non sempre risultano ben inserite nel contesto e spesso anche i “messaggi morali” che il regista ci invia, lungo il corso della vicenda, sono forzati e forse un po’ ruffiani. Anche se non ci troviamo dinanzi ad un capolavoro, questo “28 Giorni Dopo” risulta essere un film interessante che merita la visione.

976 – CHIAMATA PER IL DIAVOLO
( 976 EVIL )
di Robert Englund
Esordio, datato 1988, di Robert Englund ( il Freddy Krueger, per quei pochi che non lo sapessero, della serie “Nightmare” ) alla regia. La storia vede un ragazzo, deriso da tutti e molto remissivo, che chiamando un numero telefonico, che promette un oroscopo dell’orrore, si trova invece in contatto direttamente col demonio. Il maligno riesce ad irretirlo e il giovane gli vende l’ anima, in cambio di poteri soprannaturali che userà a scopo di vendetta nei confronti dei suoi vessatori. La trama è tutta qua, ma nel complesso il film non annoia ed è dotato di discreti effetti speciali. La sceneggiatura barcolla, nonostante il plot elementare, e fa sorridere pensare che l’abbia scritta, agli esordi, uno come Brian Helgeland che in seguito sarà sceneggiatore di film quali “L.A. Confidential” (per cui vincerà anche un oscar), “Payback” o “Mystic River”. Discreta la prova degli attori fra cui spicca lo spiritato Stephen Geoffreys, nei panni del protagonista. “976 – Chiamata per il Diavolo” è, in fondo, un onesto b-movie che si lascia guardare piacevolmente. All’uscita nelle sale fu un sonoro flop al botteghino e questo di certo non ha aiutato Englund nella carriera registica. Almeno fino al 2008 , anno in cui vedremo il suo nuovo horror : “Killer Pad”

THE BABADOOK
di Jennifer Kent
Acclamato in molti festival di cinema indipendente, fra i quali il blasonato “Sundance”, “The Babadook” ha rapidamente conquistato anche un larga fetta di fans del cinema horror. Produzione australiana del 2014, frutto di svariate co-produzioni finanziarie fra le quali anche una campagna crowfunding di successo, “The Babadook” è l’opera prima della regista Jennifer Kent che, con piglio e sensibilità tipicamente femminili, ci narra una storia di “fantasmi” (e le virgolette, in questo caso, sottolineano quanto sia generico il termine fantasmi per il film in questione) che si mantiene sospesa fra brividi da autentico cinema del terrore, dramma socio-familiare e citazionismo raffinato. La storia vede Amelia, vedova e madre single, alle prese con il proprio problematico figlio che ha forti difficoltà ad integrarsi nell’ambiente scolastico. Sam, questo il nome del bambino, ha atteggiamenti spesso violenti e soprattutto ha una continua ed ossessionante fobia : è convinto di essere perseguitato da un mostro che si nasconde in camera sua. La madre è fortemente preoccupata dalle manie del bambino e le cose peggiorano ulteriormente quando la donna rinviene un misterioso libro pop-up (il nostrano libro tridimensionale per bambini) fuori dalla propria abitazione. Il libro s’intitola Mister Babadook e parla, attraverso termini e figure infantili ma assai minacciose, di una sorta di uomo nero che rapisce e uccide i bambini. Dal ritrovamente del libro in poi la situazione inizierà a precipitare progressivamente e il misterioso “uomo nero” s’insinuerà sempre di più nella vita della sfortunata famiglia. Nel tracciare la trama del film in questione sono stato alquanto vago per evitarespoiler o suggerimenti di troppo, ovviamente per non rovinare la visione allo spettatore. “The Babadook” ha sicuramente il suo punto di forza nell’atmosfera angosciante e stringente che riesce a creare con lo scorrere dei minuti. Diretto con mano elegante ed interpretato efficacemente, il film si muove sui binari del “genere” e riesce a raccontare una storia che si presta a lettura ambivalente. Da un lato la ghost-story e dall’altro il dramma dell’orrore quotidiano, in grado di consumarsi fra le pareti domestiche. In particolar modo viene tratteggiata efficacemente la sofferenza di Amelia, madre sola ed emarginata, vittima di pregiudizi e logorata dalle preoccupazioni nei confronti del figlio che rischiano di portarla verso il baratro della follia. Verso il labile confine che separar raziocinio da raptus incontrollato. “The Babadook” è un’orchestra che suona bene, armoniosamente ed intensamente e regala più di qualche brivido, peccato solo per gli ultimi 20 minuti di film. Una piega troppo consona agli standard cinematografici delle più recenti ghost-stories, un sensazionalismo poco credibile che toglie il fascino della suggestione e della libera interpretazione della storia che, fin a quel momento, era aperta sia all’interpretazione soprannaturale e sia a quella della realtà che scivola lentamente verso i confini nebulosi della pazzia. Aldilà di questa considerazione personale, resta un film sicuramente da vedere.

Lascia una risposta

WordPress for byHoRRoR NON AVER FRETTA DI DORMIRE