AUTOPSY
di Adam Gierasch
Un gruppetto di giovani ha un incidente d’auto, di notte in un’isolata zona boschiva, investendo un uomo dai cui abiti si evince essere un paziente d’ospedale. Immediatamente un’ambulanza appare dal nulla e carica il ferito a bordo, offrendo un passaggio anche ai ragazzi. Trasportati in un ospedale, dall’aspetto assai poco rassicurante invero, i “nostri” capiranno ben presto che le cure mediche del posto sono decisamente spiacevoli. E definitive. Splatter-movie statunitense, datato 2008, che sfrutta i pochi mezzi a disposizione per imbastire un giostra di situazioni sanguinolente, e non prive d’ironia, cucite attorno ad un esilissimo plot. Il regista/sceneggiatore Gierasch, che ha lavorato come screenplayeranche con Tobe Hooper e Dario Argento (“La Terza Madre”), ci mette dentro di tutto, dall’ospedale minaccioso al folle mad doctor , con evidenti rimandi al Dottor Phibes, passando per le citazioni, a quanto pare ormai d’obbligo, ad “Hostel” e all’allegra compagnia assortita dei torture-porn . Fotografia fumettistica, con abbondanza di luci blu, verdi e rosse, confezione tecnica che oscilla paurosamente fra l’amatoriale e il professionale e cast di maniera, messo in fila per la mattanza dalla pretestuosa sceneggiatura. Buon lavoro di effettacci da parte dell’esperto Gary J. Tunnicliffe, che ci regala mutilazioni e sventramenti in quantità (uno in particolare è, oserei dire, visivamente “artistico”). Diciamolo pure : “Autopsy” è una scemenza, ma non è detto che non possa divertire una platea di gore-hounds . Il film è uno degli 8 scelti, per la distribuzione, dall’After Dark Horrorfest 3
L’AVVOCATO DEL DIAVOLO(THE DEVIL’S ADVOCATE)
di Taylor Hackford 
Non molto spesso la macchina da soldi americana produce film degni di nota, men che meno sul versante horror, quindi rendiamo giustizia a questo film che pur non essendo un horror puro (è più corretto dire thriller/horror) si erge sopra la media, dove finalmente un budget elevato non serve solo a coprire buche di sceneggiatura. Partiamo dal cast che annovera attori come Keanu Reeves, Charlize Theron e quel gigante che è Al Pacino (probabilmente uno tra i migliori al mondo in questo momento). La trama vede Kevin Lomax (Keanu Reeves) nei panni di un avvocato in carriera che passa dalle cause (tutte vinte) di provincia ai casi più corrotti e intricati di New York dove si trasferisce con la moglie Mary Ann Lomax (Charlize Theron) in quanto assunto dal più importante studio legale della città, diretto da John Milton (Al Pacino). Ma il prezzo da pagare per il denaro e la fama sarà alto, a partire dalla sua stessa persona fino alla salute, fisica e mentale, della moglie e oltre. Il regista, di cui personalmente non conosco l’operato precedente, ci regala un film veramente ispirato, con un’ottima regia, sempre dinamica che tiene lo spettatore incollato al video. Non ci sono momenti di stanca nella narrazione complice anche l’ottima prova di un Keanu Reeves in stato di grazia e di Charlize Theron, effettivamente credibile nei panni della moglie-giocattolo di un brillante avvocato. Nota a parte per Al Pacino, assolutamente sopra le righe in un’interpretazione perfetta. Il film appare in molti tratti, specialmente nella prima parte, ispirato dal favoloso “Rosemary’s Baby” di Polanski (e non potrebbe essere altrimenti quando si tratta del diavolo) come nella scena della camminata col coltello nel corridoio, o nella follia progressiva che assale Mary Ann, solo che qui lo sviluppo è meno ossessivo e claustrofobico rispetto al film di Polanski perché la vicenda è vista più spesso dagli occhi dell’intraprendente Kevin Lomax, costruendo il film su un fantastico dualismo tra Reeves e Pacino. Ottima sceneggiatura, atmosfere ben realizzate, complici le scenografie irreali ed oniriche, e una tensione crescente, in un continuo gioco di luci e ombre; infatti l’intero film è una preparazione per l’esplosione finale: un quarto d’ora di pathos dove tutto si rivela, retto dal grande Al Pacino in maniera superba, con un monologo finale che da solo varrebbe tutto il film. Come in molti film di questo tipo l’horror più che vederlo si respira: è tangibile nella cupa disperazione di Mary Ann, psicologico nella degenerazione morale di Kevin, “biblico” nella figura perversa, ricercata e contemporaneamente concreta di John Milton. E vi assicuro che tutto ciò vale molto di più di un paio di scene splatter buttate li a caso. Un film da non perdere..

AZIONE MUTANTE

AZIONE MUTANTE
(ACCION MUTANTE)
di Alex De La Iglesias
Nel futuro l’essere umano punterà tutto sulla bellezza, generazione ricercatrice del perfezionismo estetico. A contrastare questa linea di pensiero esiste il gruppo di Azione Mutante, una congrega di esseri deformi ed infermi che combattono questi nuovi e falsi ideali con azione terroristiche. Durante una loro azione intenta a sequestrare la figlia di un potente magnate, il capo li tradirà uccidendoli e fuggendo con l’ostaggio nello spazio. Dopo un’emergenza i due dovranno sbarcare su di un pianeta popolato da soli essere maschi. Cosi’ la giovane ragazza diventerà l’oggetto del desiderio di tutti i poveri repressi planetari. Opera prima in chiave fanta-horror futuristica dello spagnoloDe La Iglesia, solida conferma registica in un film decisamente ben fatto e divertente. Pieno di stupidi personaggi grotteschi che non si fermano di fronte a nulla, ricco di sofferenti scene sanguinolente e con parti umoristiche contrapposte alle tragiche vite di questi mutanti emarginati dalla società. La pellicola si lascia vedere in modo molto divertente e bisogna soffermarsi sul pensiero di fondo del film cioè la visione di un futuro in cui l’uomo perde tutti i suoi ideali e vive solo per andare in palestra e a fare sedute dall’estetista,dove la televisione e i mass-media in genere spopolano dominando la vita privata degli individui. Non so voi, ma io sto dalla parte dei mutanti.
POMODORI ASSASSINI
(ATTACK OF THE KILLER TOMATOES)
di John DeBello
Incredibile Cult-movie che tuttora rappresenta uno dei pezzi forti del “Circle of the Werewolfe” ovvero delle proiezioni di mezzanotte nei cinema americani di provincia. Il film narra della rivolta da parti dei pomodori (si..proprio pomodori..ortaggi insomma!) contro l’essere umano. I rossi ortaggi intendono conquistare il mondo e sembrano avere la meglio finchè uno sgangherato detective scoprirà l’unico modo per fermarli. I pomodori infatti s’indeboliscono fino a perdere l’aggressività solo se vengono sottoposti all’ascolto forzato della canzone “Amore in pubertà”!?! Basta la trama per far capire le colossali dimensioni trash di questo pezzo di cinema ultra-indipendente. Il demenziale sovrasta tutto e tutti ed i personaggi che si avvicendano nella storia sono davvero idioti e sfigatissimi. Si ride abbastanza ed il film (dai mezzi davvero ristrettissimi) non è girato proprio da schifo. La prima aggressione degli ortaggi è la più memorabile poiché si avventano su una casalinga intenzionata a pelarli per benino. C’è anche un sottofondo politico (non saprei se davvero nelle mire del regista) con la simbolica rivolta al sistema consumistico americano dei “ROSSI” pomodori. A buon intenditor poche parole…
AUDITION
( OODISHON )
di Takashi Miike
Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo. Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante. Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti. La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami
ATTACK OF THE GIANT LEECHES
(THE GIANT LEECHES)
di Bernard L. Kowalski
Esempio di “monster-movie” anni ’50 con un budget risibile ed uno svolgimento ancor più risibile, se possibile. La vita di una placida comunità americana viene sconvolta dalla comparsa di esseri mostruosi nella vicina palude. Trattasi di due sanguisughe enormi e voraci ! Il legnoso eroe di turno provvederà a debellare la minaccia. Che la sci-fi/horror degli anni ’50 ci abbia regalato b-movies con le creature più strambe ed inusuali mai viste è cosa risaputa, ma nonostante ciò i due sanguisugoni di questo film sono davvero imbarazzanti. Sembra che, da un momento all’altro, i loro deliranti costumi si possano sfilare di dosso, mentre gli attori al loro interno, tentano disperatamente di muoversi con fare “minaccioso”. Si ride di gusto, anche se per poco, visto che le creature ci vengono mostrate di rado e la fotografia del film è molto scura e piuttosto scadente. Recitazione di basso livello e regia anonima cercano di tener a galla una sceneggiatura naif e strampalata. Prodotto nel 1959 da Gene Corman, fratello del celebre Roger (qui in veste di produttore esecutivo)
ATTACK OF THE KILLER REFRIGERATOR
di Michael Savino
Il solito gruppo di teenagers idioti, ubriachi e irrispettosi, durante un party, maltratta un vecchio frigorifero. L’elettrodomestico, schernito e preso a martellate, giustamente si offende e nottetempo si anima dei peggiori istinti vendicativi e maciulla i baldi giovani. Una trama delirante al servizio di un cortometraggio statunitense amatoriale che appare per ciò che realmente è : un gioco fra amici, fatto di passione per l’horror e per i film trash . Confezionato in modo estremamente grossolano, probabilmente al motto di “buona la prima”, recitato peggio e dotato di un sonoro pieno di buchi, “Attack of the killer refrigerator” ottenne addirittura un piccola distribuzione home video ed un minimo di notorietà, dovuta principalmente alla bizzarria del plot, all’interno dell’ambiente undergound .Splatter , realizzato con trucchi caserecci, dialoghi improbabili e capigliature agghiaccianti, mostrate senza ritegno dai giovani attori, sono gli ingredienti principali di un’opera delirante e, a tratti, divertente. Memorabile la scena in cui il frigorifero si mangia il gatto domestico; sono evidentissime le mani “fuori campo” che avvicinano il felino “terrorizzato” all’elettrodomestico! Realizzato nel 1990, anticipa di un anno un altro horror con frigorifero assassino, ovvero l’interessante “The Refrigerator
ATM – Trappola Mortale
di David Brooks
Per chi abita a Milano e dintorni la sigla Atm non può non rievocare, prima di tutto, la famigerata e disorganizzata azienda dei trasporti pubblici che costituisce già in sé un elemento orrorifico ed angosciante. Ma nonostante il possibile fraintendimento meneghino, Atm (sceneggiato da quel Chris Sparling che confezionò il gioiellino minimal “Buried“) si riferisce agli sportelli bancomat e proprio lì infila il pericolo e la (poca,a dire il vero) tensione claustrofobica di turno. Al termine di un party aziendale David, Emily e Corey si mettono in macchina, diretti verso casa. Un languorino notturno assale però il giocherellone Corey, che convince i colleghi a fermarsi per una pizza, previa sosta al bancomat per recuperare qualche contante.
La scelta ricade su uno sportello (toh và!) isolato e inquietante, una cabina a vetri nel mezzo di un parcheggio deserto, oasi monetaria nella terra di nessuno.
Tra un inconveniente e l’altro i tre ci impiegano un tempo improponibile per effettuare la semplice operazione e quando finalmente si accingono ad uscire dal gabbiotto, qualche metro davanti a loro si erge immobile un omone (“troppo grosso per essere un semplice barbone”, fa notare David, senza alcuna base teorica comprovata) in cappottone oscurante, che sembra intenzionato ad attenderli.
E braccarli.
Da qui la trappola mortale del titolo, all’interno della quale i tre protagonisti dovranno inventarsi qualcosa per eludere l’appostamento malvagio. Ma chi è l’uomo? Cosa vuole? E perché pur essendo in tre vs uno, non trovano le palle per uscire e randellarlo?
Tutte domande lecite, ma le risposte sono e rimarranno un po’ aleatorie.
La passione per l’horror minimalista non è semplicemente artistica, ma anche utilitaristica: budget nullo, poca azione, una location fissa. Ma al contrario di “Buried”, dove l’ansia era densa e il cinismo dilagante, “Atm” lascia a desiderare e i pur risicati 75 minuti passano male e lenti.
Il principale problema è quello che scoprirete per ultimo, con una risoluzione che lascia voragini oggettive in una trama compassata e che gioca al risparmio. Lungo il sentiero,espedienti stiracchiatissimi per suscitare sospetti e traviare. Ma non si può ingannare lo spettatore semplicemente facendolo passare per fesso. E “Atm” offende logica e intelligenza come pochi altri film, concedendo per giunta pochissimo al “rossosangue” così come sono approssimative le dinamiche psicologiche fra i personaggi segregati. Attorucoli che fanno di tutto per morire e per farci sperare che succeda.
Nemmeno un prelievo di denaro nel cuore della notte, nel peggior quartiere, vi farà paura dopo la visione. Semmai, diffiderete da chi indossa il Woolrich. E da chi insiste sul filone dell’orrore intrappolato, spoglio ed essenziale che, probabilmente, non ha già più molto da raccontare.
RECENSIONE DI

LUCA ZANOVELLO

ATTACK OF THE BEAST CREATURES
di Michael Stanley
Un gruppo di naufraghi approda su di un’isola, apparentemente deserta. A loro spese, scopriranno che il posto è pieno di trappole, ha dei fiumi interni con acqua corrosiva (??!!) e , soprattutto, pullula di omuncoli feroci ed affamati di carne umana. E via al massacro… Delirante trash-movie del 1985 che si ricollega, in qualche modo, al mini-filone delle “creaturine” assassine nato l’anno prima con “Gremlins” di Joe Dante e sviluppatosi poi con tutta una serie di b-movies, fra i quali “Critters”, “Ghoulies”, “Hobgoblins”, “Munchies” ecc… A dire il vero, “Attack of the beast creatures” si dimostra debitore, principalmente, nei confronti del film “Trilogia del Terrore”, in quanto i mostriciattoli che abitano l’isola assomigliano in modo plateale al feticcio “zhuni” del sopracitato film di Dan Curtis. La povertà del film è evidente, si dai primi fotogrammi, la confezione è molto rozza e la recitazione è semplicemente agghiacciante. Eppure non manca il ritmo e il regista Stanley (qui alla sua prima ed unica prova) sopperisce alla mancanza di mezzi inserendo tanta azione ed una serie continua di situazioni orripilanti. Anche se ben poche risultano decenti e la maggior parte di esse è semplicemente ridicola, c’è da dire che l’intrattenimento non manca. E non manca neanche il gore, che raggiunge il climax nella scena in cui ad un disgraziato si scioglie letteralmente il volto, per esser entrato in contatto con dell’acqua corrosiva. Ma la vera chicca per cui va visto il film in questione è rappresentata dai mostriciattoli assassini. Pupazzi assurdi, urlanti, famelici, con lampadine gialle al posto degli occhi, che vengono mossi da mani fuori campo, oppure tirati da fili (assai ben visibili) o, nella maggior parte dei casi, lanciati direttamente addosso agli attori, che ce la mettono davvero tutta per emettere credibili urla di terrore. 
Un must 
AT THE END OF THE DAY – Un giorno senza fine
di Cosimo Alemà
Un film di guerra senza la guerra; o meglio, dove si assiste nella primissima parte a battaglie simulate nei boschi durante un pugno di concitate sequenze: momenti immortalati in maniera quasi solenne, nei quali i ragazzi impegnati nel gioco sfoggiano le loro abilità daweekend warriors ed in cui i veterani si compiacciono della propria superiorità nei confronti dei principianti che hanno coinvolto nella spedizione. Ma saranno tutti uguali – disorientati e spauriti – quando la finzione si trasformerà in realtà. Una svolta che lo spettatore già si aspetta, perchè ha visto, nel prologo, sinistri figuri disseminare in zona mine antiuomo discorrendo di guerre passate e di uomini torturati in oscuri campi di prigionia; vecchi tempi che le loro menti traumatizzate devono fare rivivere al più presto, dal momento che – lo afferma uno di loro – abbattere e macellare cani rapiti nei dintorni non è più sufficiente a placare la sete di sangue. E non occorrerà attendere molto per vederne scorrere, in un susseguirsi di scene che hanno poco da invidiare ad un capolavoro del filone bellico come “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. Il tecnico degli effetti speciali David Bracci, altrove spaesato (non memorabili le sue prove in alcuni degli ultimi film di Dario Argento o nel più recente “In the market” in coppia con Sergio Stivaletti), si destreggia tra fucilate, esplosioni, mutilazioni ed aggressioni all’arma bianca mettendo in campo una notevole perizia, e dimostrando che non è impossibile raggiungere risultati di tutto rispetto quando la materia ed il regista forniscono alla troupe i giusti stimoli. Perchè Cosimo Alemà, gradita ed inaspettata sorpresa, ci sa fare e si vede: azzecca le tonalità di una fotografia che ben inquadra l’ ambiente torrido, in tutti i sensi, in cui la vicenda si svolge, sa piazzare le musiche giuste nei punti giusti e, conscio delle scarse potenzialità degli attori di casa nostra, li va a scegliere interamente all’estero, nonostante la produzione tutta italiana, affinchè non compromettano l’esito finale dell’operazione. In un’estate che ha visto uscire nelle sale una quantità inusitata di horror nostrani, Alemà sembra l’unico ad aver compreso che non basta la presenza di una discutibileministar del cinema indipendente a salvare prodotti con pessimi interpreti, tecnica carente e cattiva scrittura: Daniela Virgilio ed Ottaviano Blitch, rispettivamente in “Hypnosis” ed “In the market“, sono esempi lampanti. Nè può essere sempre una garanzia, se mai lo è stata, l’ ispirazione vera o presunta a fatti reali, come dimostrato nuovamente da “In the market”. Anche Alemà, in sede di sceneggiatura, decide di sfruttare questo espediente, ma lo fa saggiamente in maniera poco ostentata, lasciandolo sullo sfondo e quindi recuperandone la sinistra efficacia. E se è vero infine che la storia da lui raccontata potrà forse ricordare un po’ troppo pellicole recenti quali “Severance: tagli al personale” ed “El rey de la montana“, va altresì sottolineato che qui non c’è traccia della catartica ironia trasudante dal vivace modello inglese nè del barlume di speranza contenuto in quello spagnolo, oltretutto spesso statico: “At the end of the day” è un film dinamico, spietato, feroce e nichilista come si addice ad un vero di film di guerra, ed in più carico di tensione come si conviene ad un prodotto che intende evidentemente rispolverare, anche se in maniera assolutamente non convenzionale, la cara vecchia formula dello slasher . Che la distribuzione non sia stata in grado di riconoscerne il vero valore e lo abbia gettato nel calderone estivo di Ferragosto e dintorni accomunandolo di fatto a produzioni nazionali di gran lunga inferiori è purtroppo sintomo chiaro ed inequivocabile dell’irreversibile miopia che affligge da troppo tempo l’industria cinematografica italiana, e che fa domandare una volta di più a cosa serva disporre, in un Paese come questo, di un apparente nuovo talento quale Cosimo Alemà.
RECENSIONE DI
FLAVIO GIOLITTI